venerdì 16 settembre 2011

Passaggio in India

Ieri non ho incontrato tutte le persone che ho conosciuto qui in Africa; mi sono riservato per oggi un incontro particolare. Verso meta' mattina mi sono incamminato lungo la costa e dopo aver attraversato il porto ho superato la grande Moschea Bianca e mi sono fermato su una porta dove qualche mese fa c'era l'immagine di Ganesha e ho pronunciato "Namascar" perche' oggi sono andato a trovare il Mercante di Pietre...

Quando ci siamo visti c'e' stato qualche secondo di intenso e vibrante silenzio, prima di salutarci e abbracciarci. Non traspaiono molto le sue emozioni, tende a restare sempre distaccato, un po' come i vecchi saggi (beh questo indiano a modo suo lo e', almeno per me). Parla sempre con calma soppesando le frasi cercando di non essere mai banale e soprattutto cercando di non sprecare le parole, provando a non usare la voce solo per il gusto di farlo, ma apprezzando il silenzio che esiste tra le parole...

Abbiamo preso un caffe' assieme come un tempo e abbiamo parlato un po' dei problemi di carburante che affliggono le comore in questo periodo, e poi mentre mi parlava della cesellatura della tazzina (evidentemente indiana) abbiamo parlato del senso degli oggetti, della proprieta' e soprattutto sul senso del possesso delle cose ed e' stato come sempre molto interessante...

Sangi mi faceva notare una cosa degli africani, almeno di quelli che vivono al di sotto del Sahara: per loro quasi non esiste il senso della proprieta' privata, ma tutto viene messo in comune. Se ti serve qualcosa la chiedi al tuo vicino che te la da, non presta. L'oggetto rimane al tuo vicino finche' qualcun altro lo chiedera'; tutto questo magnifico modo di concepire il possesso si basa sul semplice concetto che quando non mi serve piu' qualcosa perche' la devo tenere?

E' un modo di condividere le cose che trova in me, occidentale, qualche resistenza, perche' io non credo che riuscirei a condividere tutti i miei oggetti: anzi confesso che i libri sono un oggetto da cui non mi posso assolutamente separare e che non potrei mai mettere in condivisione totale. Sangi sorridendo mi ha detto che anche lui ha delle difficolta' nel praticare la comunione totale dei beni con il mondo. Ha fatto poi una pausa, la sua pausa che presupponeva una mera speculazione filosofica sul tema del possesso ed io ero pronto a discutere…

Secondo Sangi il mondo occidentale ha sviluppato verso gli oggetti una brutta  dipendenza. Viviamo in un mondo di oggetti che derminano il nostro status e cosi' facendo alle volte perdiamo la nostra identita' in quanto esseri viventi, ma ci identifichiamo negli oggetti che compriamo. Abbiamo quindi convenuto che gli africani non sentono il bisogno del possesso perche' non si identificano con gli oggetti ma come parte di una comunita', pertanto il possesso e' un contorno nella loro vita.

Questo pero' genera un problema. Gli oggetti prestati o quelli utilizzati proprio perche' non fondamentali non ricevono una cura. Sangi mi ha fatto l'esempio delle macchine; le vetture funzionano finche' si rompono, non c'e' il meccanico che le ripara, non cambiano l'olio. Ecco perche' qualunque oggetto tu doni a loro, prima o poi, e' destinato a rompersi e ad essere buttato. Quindi se io non sento come mio un oggetto spesso non ci dedichero’ grand’attenzione.

Questi sono due modi di vedere il tema del possesso perfettamente agli antipodi e come insegna Siddartha la verita' sta nel giusto mezzo. Infatti la proprieta privata non e' affatto un male se utilizzata con coscienza e soprattutto se affiancata ad una giusta condivisione degli oggetti. Ma per fare questo occorre quello che manca alla maggior parte delle persone: la responsabilita'. Secondo Sangi infatti se io possiedo un oggetto ne devo essere responsabile non per me stesso, ma per le altre persone a cui poi lo prestero'; in questo modo innesco un circolo virtuoso in cui si potrebbero utilizzare gli oggetti nel momento del bisogno, limitando gli sprechi. Ha poi concluso con quest’amaro commento "... non mi pare che l'umanita' ci stia riuscendo purtroppo...".


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