lunedì 6 giugno 2011

Microcosmo...

La pietra filosofale, artefatto cercato dagli alchimisti, si dice fosse in grado di trasformare tutto quello con cui veniva a contatto in oro, come il tocco di Re Mida. Ma uno dei grandi misteri che l’alchimia ha tramandato ai posteri, meno famoso, ma sempre affascinante e’ l‘“Homunculus”.  Partendo dal concetto filosofico che l’uomo era il Microcosmo, specchio del Macrocosmo universale, gli alchimisti hanno cercato di creare o di scoprire questo essere perfetto, che avesse dentro di se l’essenza dell’universo.

Paracelo (soprannome preferibile al suo lunghissimo nome: Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim) e’ stato un celebre medico ed alchimista che per primo cerco’ l’Homunculus, l’essere perfetto. Oggi l’alchimia ha lasciato spazio alla chimica e non si cerca piu’ ne la pietra filosofale ne l’homunculus, mentre il concetto di microcosmo e’ cambiato. Questo pomeriggio ho osservato il microcosmo in camera mia…

L’uomo vede gli oggetti, il tempo e il mondo dal suo punto di vista. Quello che per noi e’ una settimana e’ una vita intera per un insetto e quella che per noi e’ una casa, per gli insetti e’ un intero cosmo. Rimpicciolendosi, le distanze, i tempi cominciano ad ingrandirsi e in spazi molto piccoli mi sono accorto di un brulicare di piccolissime forme di vista che abitano la mia stanza.

Non che non succeda anche in Italia, sia chiaro; basta andare in qualunque prato per vedere le stesse cose, solo che in Europa non c’e’ mai il tempo, mentre qui in questi momenti di “tempo fermo” uno puo’ rilassarsi e vedere le nuvole che corrono in cielo o osservare il microcosmo casalingo.

Stavo controllando dei dati al pc mangiando alcuni biscotti quando ho notato che le briciole hanno attirato delle formiche. Incuriosito le ho seguite e sono arrivato alla terrazza e sono rimasto picevolmente sorpreso nel vederle scendere verso il prato arrampicandosi lungo la parete di oltre 5 metri, in perfetto ordine, senza mai deviare o perdere il ritmo.

Mentre rientravo ho sistemato il caricabatterie del mio cellulare ed e’ stato allora che ho notato un piccolo millepiedi che si arrampicava lungo la gamba del tavolo, lento, ma inesorabile non facendo minimamente caso al “gigante” che lo stava osservando. E’ stato allora che ho comincino a vedere tutti i ragni, scarafaggi, mosche, zanzare che popolano la mia stanza, tutti in perfetto equilibrio con il loro spazio, finche’ come un lampo ecco una delle zanzare viene mangiata da uno dei rettili che popolano le mie pareti.

Vedere questa catena alimentare mi fa tornare alla mente un frase del film Star Wars: La Minaccia Fantasma, in cui il Maestro Jedi Qui-Gon Jinn dice al suo allievo Obi-Wan Kenobi “… ricorda, c’e’ sempre un pesce piu’ grosso…”. E’ un po’ come dire in veneziano “…’desso riva queo del formaggio…” (adesso arriva il negoziante che vende il formaggio), o come direbbe il Comandante “…queo del formaggio tien verto anca de domenega…” (il negoziante che vende formaggio tiene aperto anche di domenica). Qui devo ancora vedere un caseificio; chissa’ come si chiama qui “quello del formaggio”…

domenica 5 giugno 2011

Topi nei muri...

In questi giorni nelle camere vicine alle mie sento sempre un gran trambusto dopo cena, ma dopo circa un’oretta tutto tace nuovamente. Se fossimo in un albergo, il primo pensiero sarebbe quello di qualcuno che si sta divertendo, ma siamo in Africa, in paese musulmano, ma soprattutto siamo in una residenza semideserta, con solo dei professori e il sottoscritto. Non mi pongo molte domande, anche perche’ alzandomi alla mattina sulle 4 per andare in barca, dopo le 21 di solito svengo a letto e il cervello non e’ proprio attivissimo.

Alla mattina quando mi alzo prima dell’alba apro tutte le serrande per far entrare la frescura della sera ma tengo le luci spente, e fare colazione in penombra mi rilassa molto dopo che mi sono svegliato con un secchio di acqua fredda in testa. Ieri mattina mentre guardavo le ultime stelle che stavano sparendo mi sembrava di vedere qualcosa che si muoveva sul cornicione, una piccola ombra che velocemente scompare dentro la grondaia. Li per li’ ho pensato ad un topo, ma non ci ho dato molta importanza.

Al pomeriggio durante una riunione scopro che uno dei professori si e’ trovato i topi in camera che lo hanno morso ben due volte. Adesso capisco cos’era il trambusto. Era la lotta tra il professore e l’ospite inatteso, e quest’ultimo sembra abbia vinto il primo round. Ieri sera prima di dormire ho deciso di fare un’ispezione della camera per vedere se ci sono buchi sospetti e ne ho trovati due. Uno sono riuscito a chiuderlo con degli stracci, mentre il secondo e’ troppo in alto e non ci posso fare niente; spero solo che il topo non gradisca carne italiana…

Quando arriva la sera di solito l’udito si acuisce leggermente, dato che non ci sono piu’ i rumori esterni che fanno da sottofondo, e riusciamo a cogliere suoni che di giorni sono praticamente impercettibili. Mentre ero disteso a letto, ho cominciato a tendere l’orecchio e qui credo che la suggestione abbia fatto la sua parte. Fortuna vuole che il Lariam non mi causa allucinazioni, altrimenti rischiavo di entrare in un trip di allucinazioni tipo “Piramide di Paura” (bellissimo film che vi consiglio).

Mi sentivo un po’ come il protagonista del racconto di H.P. Lovecraft “Topi nei muri” in cui il personaggio lentamente impazzisce per via di una serie di rumori inspiegabili che sente tutte le notti in casa sua e che alla fine scopre essere provocati dai topi nei muri. Ecco io ero nel letto che ascoltavo tutta una serie di piccoli picchiettii, scricchiolii e cercavo di vedere dei movimenti nell’oscurità’, ovviamente senza risultato, finche’ la stanchezza ha avuto la meglio e mi sono addormentato fino alla sveglia.

Dopo l’uscita in barca torno a casa e chiedo al custode se ha sentito che ci sono i topi e se si chiama la disinfestazione. Alla parola “disinfestazione” sul suo volto si e’ stampato un enorme punto interrogativo; gli ho spiegato che sono delle ditte che si occupano di eliminare i topi e allora lui mi ha detto che qui non serve, dato che loro hanno gia’ i disinfestatori naturali: i gatti. Mi ha chiesto se anche in Italia li usiamo. Non ho avuto il coraggio di dirgli che oramai la maggior parte dei gatti  metropolitani nostrani se vede un topo rischia di scappare per la paura…
Ecco il disinfestatore...

sabato 4 giugno 2011

Pesci per la mia Mama...


Oggi prima di uscire sento Artadji e Capitan Ciotti che discutono e comincio  temere ce sia ancora per il prezzo. Si avvicina il mio studente e mi dice “ Juma ti vuole chiedere se e’ possibile portare la lenza per pescare, ma se non vuoi non c’e’ nessun problema”; sorrido e gli dico che spero che prenda almeno tanti pesci.

Partiamo tutti contenti e nemmeno dopo 30 minuti di navigazione Juma prende il primo, utilizza la tecnica della pesca a strascico e quando prende il pesce per ucciderlo gli sbatte la testa con violenza sul bordo della barca, non molto elegante considerando che Capitan Washewo (Il capitano di Bangua) per ucciderli gli dava un morso e quella era veramente una scena pulp…

Dopo aver sistemato l’amo rigetta la lenza in acqua e nemmeno 5 minuti ed ecco un altro pesce. Juma urla di gioia e questo e’ veramente grosso, tanto che quasi non riesce a tenerlo fermo, ma dopo tre colpi in testa eccolo giacere inerte sulla barca. La mattinata prosegue con alcuni avvistamenti e altrettanti pesci, finche’ al secondo pesce di grosse dimensioni Juma mi guarda ed esclama “Questa e’ la tua Baraka”. Ecco, anche lui se n'e' accorto. Alla fine saranno ben dieci pesci e Juma non vuole nemmeno venderli, dato che sono un dono della mia baraka e me ne regala uno che so gia’ a chi dare…

Io non so come siano i rapporti tra madri e figli qui alle Comore, se si puo’ abbracciare la propria mamma, ma una cosa ho imparato. Per rispetto io saluto sempre la mia Mama porgendogli le mani giunte e dicendo “Quesi?” per avere la benedizione della sua baraka. Lei all’inizio le prendeva con la sua mano destra e mi diceva “Mbona” con un gesto di cortesia quasi distratto, ma con il tempo ha preso la mie mani con sempre maggior calore chiedendomi, senza lasciarle, “Gaomnunu?” (Stai bene oggi?) ed io all’inizio rispondevo con la medesima distanza “euwa” (si), ma adesso tutte le mattine che torno dalla barca cerco la mia mama per avere il suo sorriso e per dirgli un caldissimo “euwa”

Appena arriviamo a casa incontro la mia Mama che chiede ad Artadji (credo che non parli molto francese) “Oggi il mio bambino e’ stato bene in barca?”. Io vi giuro che ho un momento di commozione mentre mi avvicino porgendogli le mani sorridendo e non posso che dire “Euwa Mama” (si mamma). Lei mi sorride e dopo la sua benedizione gli porgo il pesce e gli dico che e’ un regalo per lei. Lei lo guarda e dopo che mi ha detto “mharaba mengi” (grazie) allunga la sua mano e mi accarezza la guancia. Vi giuro che ho sentito una dolcezza incredibile in questo gesto cosi’ diverso e forse tanto raro in questo posto, in cui i due cieli, maschile e femminile, si tengono sempre a cortese distanza, ma non oggi…

venerdì 3 giugno 2011

Clandestino...

Oggi devo rinnovare il visto e pertanto vado all’anticamera della terra promessa, ovvero l’ufficio immigrazione. Compilo il modulo e dopo aver pagato mi dicono che devono tenermi il passaporto per un giorno, chiedo una fotocopia e mi dicono che la macchina e’ rotta. Comincio ad alterarmi e quando chiedo “In questo modo sono senza documenti”, cosa faccio se mi controllano?” la risposta del funzionario e’ semplice “Dica pure che il passaporto lo abbiamo qui”. Esco rassegnato e comincia per me un giorno intero da clandestino. Non che ci siano problemi o simili, ma notavo come in un paese straniero se non hai uno straccio di documento che attesta chi sei, non puoi prendere dei soldi  che magari ti ha spedito un tuo parente, non puoi prenotare una stanza per dormire e se ti ferma la polizia di sicuro non ti lasciano andare subito.

Ho pensato a tutte quelle persone che sfidano mare, venti, deserto per fuggire da fame, guerra,disperazione per arrivare in Italia ed essere considerati “clandestini” e mi coglie una profonda tristezza, perche’ quello che fa la differenza tra loro e me e’ che io ho un’identita’ data da un pezzo di carta, mentre loro in pratica non esistono sebbene siano esseri umani come me…

Ho passato la giornata di ieri cercando di evitare ogni possibile controllo  da parte delle forze dell’ordine perche’ non ho con me lo straccio di un documento che attesta chi sono e non vorrei trovarmi in qualche situazione spiacevole. Non che finisca in prigione, ma non vorrei creare problemi magari al mio capo che potrebbe rispedirmi direttamente in Italia tramite un calcio nel sedere senza fare scalo a Tana o a Parigi.

Stamattina dopo un’uscita in barca senza nessun buon risultato, andiamo all’ufficio immigrazione perche’ devo prendere il passaporto, ma mi dicono che c’e’ stato un inconveniente; pare che abbiano finito le marche da bollo e che quindi le stanno andando a comprare. Mi dice che comunque non mi devo preoccupare e poi mi fa una domanda pericolosa “Il passaporto le serve oggi?”

Ho capito una cosa degli uffici africani. Se chiedi un documento, e non ne hai necessità immediata quel documento non sara’ mai pronto in tempo ma ti verra’ consegnato in ritardo di qualche giorno.  Perche’ per gli africani vale la massima “se non ti serve oggi puoi passare a prenderlo anche domani”; non esiste la questione di principio, e quindi devo giocare d’astuzia e con buona prontezza replico “Ne ho necessita’ assoluta, dato che devo cambiare un assegno e rimarrei senza soldi”.

E’ ovviamente una bugia, ma non potevo impuntarmi per una questione di principio in Africa, semplicemente mi avrebbero preso per uno dei tanti muzungu. Sono abbastanza convincente dato che il funzionario mi dice di  ritornare alle 11 che il passaporto con il visto sara’ pronto. Ringrazio e ce ne andiamo ma ho come il sospetto che il mio passaporto non sara’ pronto…

Quando arrivvo c’e’ gran trambusto, pare che ci sia appena stata una manifestazione e all’ufficio e non trovo nessuno e comincia a venirmi il sospetto che i funzionari siano in agitazione sindacale, sarebbe il massimo. Vedo poi arrivare l’addetto il quale mi dice che purtroppo i bolli non sono ancora arrivati ma mi rassicura dicendo che arriveranno. Io mi siedo tranquillo dentro il suo ufficio e gli dico  “Non c’e’ problema, me ne andro’ da qui solo con il passaporto, anche se dovessi stare qui tutto il giorno”.

Mando un sms a Tsaramaso dicendogli che sono ancora in clandestinita’ e la sua risposta e’ da manuale “benvenuto in Africa, quando sembra tutto facile, non lo e’!”. Guardo al cielo e penso alla mia baraka che stara’ ridendo della grossa. Fatto sta che devo essere stato veramente convincente perche’ il funzionario poco dopo comincia a chiamare qualcuno con tono abbastanza nervoso finche’ ecco arrivare il mio passaporto con una marca da bollo di valore maggiore; il messaggio tra le righe secondo me e’: “tieni il passaporto, basta che ti levi dalle balle”.

Pensavo che per oggi fosse finita quando ecco la ciliegina sulla torta. Io e Tsaramaso stiamo andando in taxi quando lei mi fa notare del fumo biancastro che esce dal cofano della macchina. Io all’inizio non ci faccio molto caso,  poi la macchina comincia ad avere dei sobbalzi sospetti ed il fumo aumenta. Il tassista impreca e sbatte le mani sul volante e ci dice di scendere. Il fumo bianco oramai avvolge tutto il mercato. Tsaramaso mi guarda e mi dice di stare tranquillo, che lei martedì se ne andra’ portandosi via le ire dell’Inquilino dei piani alti nei suoi confronti…

giovedì 2 giugno 2011

Terra Promessa...

La mia attuale sistemazione e’ al centro Karthala dove ci sono delle stanze a disposizione dei ricercatori. E’ una struttura africana quindi manca di tutti i confort che gia’ intuite; e’ stata ristrutturata da poco e in origine fu il primo albergo costruito alle Comore nel primo dopoguerra. Al suo fianco si trova un edificio molto importante per tutti i comoriani, un posto che da la possibilita’ di avere un lasciapassare per la terra promessa. A fianco del Karthala Centre c’e’ l’Ambasciata Francese…

Gli italiani, sono un popolo di emigranti e per noi ogni paese e diventato una possibile terra promessa, ma niente credo sia paragonabile all’America. Per tutti i paesi dell’Africa che durante il periodo coloniale sono divenuti francofoni la Francia, e’ la meta ambita. Come il prete Gianni cercava nelle crociate Shangri-La, il paradiso terrestre, cosi’ ogni giorno molte persone in tutte le ex colonie francesi cercano disperatamente di andare verso la loro terra promessa, la Francia.

Il supermercato dove mi rifornisco di acqua e di altri generi di prima necessita’, e’ vicino all’ambasciata e di solito quando passo vedo sempre la stessa situazione. Una fila interminabile di persone che attende sotto il sole, la pioggia, il vento di poter consegnare dei documenti e sperare di avere il visto. Si perche’ non e’ cosi’ semplice; ho parlato qualcuno di loro che mi ha raccontato storie di poverta’ e di voglia di riscatto.

Per ottenere il visto bisogna cominciare a raccogliere tutta una serie di documenti all’ufficio immigrazione,(l’anticamera della terra promessa) e questa prima fase richiede quasi un anno di tempo e la spesa di molto denaro. Quando finalmente si e pronti con tutti i documenti in regola bisogna presentare la domanda di visto. Si perche’ per presentare la domanda bisogna fare la fila interminabile di cui sopra e pagare qualche migliaio di euro. Poi si attende pazientemente finche’ l’ambasciata non fornisce la sua risposta e i soldi spesi non sono rimborsati se per caso l’esito e’ negativo…

Adesso capisco da dove arriva questo forte sentimento antifrancese, ci sono persone che hanno pagato 3000 euro (lo stipendio medio e’ di 200 euro al mese, per chi lavora sempre, cosa che in Africa e’ un lusso, quindi immaginate che sacrifici) per sentirsi rispondere “No”. Eppure, nonostante tutto questo, ogni giorni decine di persone cercano di ottenere il lasciapassare verso la loro terra promessa. Colgo in tutto questo il motivo trainante dei “Dubliners” (Gente di Dublino di James Joyce), meravigliosa raccolta di racconti. Nel libro i personaggi descritti cercano il riscatto da una vita mediocre, provano ad andarsene dall’Irlanda, ma non ci riescono; il sentimento che li ancora all’isola e’ piu’ forte dell’odio. I comoriani, nonostante detestino la Francia, ci vogliono andare a tutti i costi…

mercoledì 1 giugno 2011

L'Isola che non c'e'...

Oggi l’uscita in barca sara’ bella lunga, dato che Capitan Ciotti questa volta ci porta a vedere il Karthala del mare. Non e’ un vulcano sommerso, ma e’ una sorta di isola mai emersa coperta di corallo e sara’ molto al largo, almeno un’ora e mezza di navigazione e ci potrebbe essere l’opportunita’ di poter vedere qualcosa di grosso, dato che nel tratto di mare la profondità sara’ di oltre 1000 metri. La sveglia e sempre alla solita ora, prima del Muezzin e passiamo a prendere Tsaramaso; questa potrebbe essere la rottura della nostra routine, la scheggia impazzita che potrebbe portare succulente novita’ alle nostre osservazioni.

Alle 6 in punto partiamo. La prima parte del viaggio costeggiamo l’isola e appena siamo di fronte al grande vulcano Karthala ecco che Juma, il capitano, sterza verso il mare aperto senza preavviso, ma soprattutto senza nessuna mappa o GPS, semplicemente conosce il mare come se fosse casa sua e sa qual’e’ la direzione da prendere e basta. Normalmente ci si accorge quando entri in mare aperto dalla grandezza delle onde. Piu’  sono corte e ravvicinante piu’ il fondale e’ poco profondo. Ma quando le creste sembrano colline e si muovono lente allora non ci sono dubbi: onda lunga e oceano profondo centinaia di metri…

Cavalcare l’onda lunga e’ una sensazione strana e per me meravigliosa. Tutto avviene in modo inaspettato, stai navigando tranquillamente quando ecco che la barca improvvisamente scende, quasi affonda tra due colline di acqua per poi risalire sulla cima di una di queste. Proseguiamo con questo ritmo finche’, dopo un buon avvistamento, ecco che giungiamo all’isola che non c’e’…

Questo sperone di roccia e’ una cuspide la cui punta e’ circa 5 metri di profondita’ e la sua distanza dalla costa e’ la sua salvezza. Se fosse troppo vicino alla costa si potrebbero vedere dei pezzi di motore o peggio, mentre in questo modo abbiamo la possibilita’ di poter vedere una barriera quasi incontaminata, un vero e proprio giardino sommerso.



Dopo qualche foto di divertimento eccoci pronti al ritorno ma prima il capitano vedendoci con maschera e pinne che facciamo apnea ci mostra come si fa. Si tuffa in acqua, ci raggiunge in un attimo, respira, si immerge, tocca il fondo e risale, il tutto in meno di 20 secondi, praticamente e’ sceso senza compensare. Vi giuro che resto senza parole; non e’ un uomo e’ un pesce quando nuota. Quando torniamo alla barca arriva prima di me, ed io ho le pinne da apnea, ogni commento e’ superfluo…

Mentre stiamo tornando Tsaramaso mi fa notare che oggi si e’ attirata le ire dell’Inquilino dei piani alti, dato che ha fatto il bagno con un costume a due pezzi e che potrebbe essere punita per la sua impudicizia, vedremo nei prossimi giorni…



martedì 31 maggio 2011

Potere alla Parola...

La comunicazione tra gli animali avviene in due modi; usando il linguaggio del corpo, con posture e segnali ormonali o usando i suoni. L’uomo e’ un animale, anche se spesso se ne dimentica, e nel corso del tempo ha sviluppato forme di comunicazione verbale molto complesse, non abbandonando mai il linguaggio del corpo, retaggio indissolubile della nostra passata vita ferina.

A questa nostra meta’ oscura sono infatti associati tutti gli “istinti di base”, come mangiare, dormire, riprodursi, l’istinto a sopravvivere o la rabbia e sono retti dalla zona limbica mentre tutto il resto viene regolato negli emisferi cerebrali. E’ affascinante notare che ogni segnale che arriva dalla nostra parte animale sia quasi inarrestabile, nonostante milioni di anni di evoluzione. Se cosi’ non fosse non avremmo l’istinto a riprodurci e ci estingueremmo in breve tempo, ma questo puo’ anche generare, in alcuni soggetti, attacchi d’ira furiosa incontrollabili…

“In principio era il verbo”, recita il vangelo di Giovanni e, restando in campo biblico dopo la torre di Babele (“confusione”), l’uomo ha evoluto milioni di lingue che si sono succedute nel corso dei millenni. Ogni linguaggio ha poi dato vita a innumerevoli dialetti; essi sono una forma di comunicazione semplice ed immediata, alle volte con poca o nessuna sintassi, non come la lingua ufficiale dotata spesso di corposa grammatica con tanto di regole di costruzione delle frasi e via dicendo.

Il dialetto e’ il vero figlio della terra perche’ dice quello che deve senza giri di parole, con termini asciutti ed immediati; vi confesso che quando torno a Venezia non perdo occasione per parlare il mio caro, cantilenante dialetto veneziano. Il problema dei dialetti e’ che spesso sono poveri di termini e tendono a generalizzare. Ad esempio la pioggia in veneziano e’ “piova”, ma non definisce una sua quantita’. Mentre in italiano abbiamo pioggia, acquazzone, diluvio, in dialetto bisogna aggiungere delle parole rafforzative; se ad esempio si vuole dire un acquazzone di dice “piove a secci roversi”.

Dopo un po’ di tempo qui ho cominciato ad usare qualche frase in comoriano e ho notato una certa somiglianza con le forme dialettali. La lingua locale non ha termini precisi per ogni animale; mentre usciamo in barca ad esempio i cetacei vengono divisi in due grandi insiemi: “nduju” sono le balene senza una distinzione di specie; che siano capodogli, megattere, balenottere sono tutte “nduju”, mentre “fumbanduju” sono i delfini, indipendentemente dalla forma, che siano tursiopi, stenelle, grampi; comincio ad avere il sospetto che tutto quello che sia piu’ piccolo di  “nduju” sia “fumbanduju”.

Artadji ieri mi ha chiesto se in italiano esistesse un termine per ogni cosa. Io ho detto che non ne sono sicuro, ma credo che avendo milioni di vocaboli (onore al vocabolario Devoto Oli) posso dirmi quasi certo della cosa. Lui rimase allibito da tale ricchezza, ma gli ho fatto notare che l’Europa, il vecchio mondo, ha una storia millenaria, che ha prodotto decine di culture, tradizioni e letterature diverse che nel tempo hanno evoluto linguaggi complessi fino a diventare le lingue moderne che conosciamo.

In Africa non c’e’ stata una crescita dello steso tipo per quello che riguarda il livello tecnologico, e questo forse e’ uno dei misteri dell’antropologia. Forse il clima difficile, non ha permesso la crescita di civilta’ stabili ma hanno dato vita a popolazioni nomadi che si spostavano in continuazione. Certo e’ che questo non ha formato una lingua scritta che si potesse evolvere, ma ha portato alla creazione di una forte tradizione orale che si perdera’ con la scomparsa del popolo che la pratica. Artadji poi mi fa notare che molti termini della loro vecchia lingua stanno scomparendo soppiantati da termini francesi o da abbreviazioni piu’ pratiche e veloci.

Dopo questa conversazione ho capito una volta di piu’ il valore del linguaggio, ma soprattutto della parola scritta e della grammatica (questo blog e’ pieno di strafalcioni grammaticali, ma sto migliorando, datemi tempo). Artadji mi ha detto che vorrebbe dare un nome comoriano a tutte le specie di cetacei: quanta passione c’e’ in questo ragazzo…

lunedì 30 maggio 2011

Olawa… il Terzo Potere…

Quarto potere (Citizen Kane) e’ una bellissima pellicola di Orson Wells in cui vengono narrate le peripezie del ricchissimo Charles Foster Kane, magnate  del quarto potere, i mass media, che tradizionalmente vengono dopo i tre poteri dello stato: legislativo, esecutivo e giudiziario, che in ogni democrazia devono restare separati ed indipendenti. Il quinto potere potrebbe essere quello religioso (alle volte diventa il primo) data la sua influenza nella vita delle persone. Ho imparato che qui alle Comore esistono solo 3 poteri…

Il primo potere e’ il potere dello Stato. Tutto quello che viene regolato e giudicato dalle leggi scritte viene considerato competenza dello Stato. Non viene visto diviso nelle sue tre forme: legislativo, esecutivo e giudiziario, come in occidente, ma considerato un corpo unico e soprattutto viene visto come qualcosa di distante dalla vita di tutti i giorni. Un mondo ricco di privilegi, come la nobilta’ medievale. Basti pensare che il Presidente dello Stato guadagna piu’ del nostro Presidente della Repubblica, piu’ di un milione di euro ogni anno e lascia il suo paese in miseria.

Il potere d’informazione in sostanza non esiste. In un paese in cui non c’e’ sempre disponibilita’ di energia elettrica per i continui black-out, nè copertura telematica su tutto il territorio, le televisioni e le radio non giungono in tutte le case a portare notizie. Le informazioni arrivano grazie ad un tortuoso telefono senza fili che parte dalla capitale, unico luogo in cui ho visto dei quotidiani.

Il secondo potere e’ il potere della religione e considerando che siamo in uno Stato islamico debbo dire che e’ veramente forte, dato che regola ogni singolo momento della vita delle persone dall’alba al tramonto. Io provengo da un Paese, l’Italia, in cui secondo me l’influenza della religione alle volte sconfina nell’ingerenza; beh devo dire che ringrazio gli dei del Kaos (inteso come forze della natura) per non essere nato qui. Fatto importante da notare e’ che il potere religioso e’ ubiquitario: piu’ ci si allontana dalla capitale il potere religioso rimane mentre quello dello Stato si affievolisce e nei villaggi praticamente scompare, soppiantato dal terzo potere: i Grand Notable.

Alle Comore esiste la tradizione del Gran Marriage, che non e’ un semplice grande matrimonio, e’ una sorta di ingresso nella societa’ che conta. Lo sposo deve pagare dai 2 ai 9 giorni di festeggiamenti pubblici ma deve anche dare una ricca dote in oro alla sposa, che lei terra’ in caso di eventuale divorzio. Artadji mi ha detto che si parla di svariate migliaia di euro e molte persone fanno una vita grama di continui risparmi pur di elevare il proprio status, perche’ tutte queste spese daranno loro il diritto di indossare una particolare cintura chiamata m’ruma e diventare Grand Notable.
Essi sono l’elite della societa’ e il loro potere nei villaggi e’ enorme. Siedono nella bangwe, l’assemblea cittadina che prende  le decisioni per il villaggio. Quando discutono nessuno li contraddice ne’ li interrompe. Spesso sono coloro che cercano di appianare i conflitti familiari e di portare alla ragione lo sposo. Ma se qualcuno manca loro di rispetto (spesso sono i giovani a farlo) o lo sposo non vuole sentire ragioni o peggio vengono offesi, allora ecco che viene pronunciata la parola “Olawa”.

Chi subisce questa sentenza diviene immediatamente un paria, un senza casta, bandito dalla vita sociale del villaggio. Nessuno vorra’ piu’ accoglierlo in casa, dargli un piatto di minestra, fare affari con lui o vederlo. E’ una condanna alla solitudine che in un posto come l’Africa, in cui il singolo e’ nulla e si esiste solo in quanto parte di una comunita’, e’ una pena peggiore della morte. Di solito quando si subisce questa sentenza, si puo’ pagare una multa per l’offesa arrecata, oppure un altro Grand Notable puo’ intercedere per te. Ecco perche’ i villaggi cercano di avere un Grand Notable tra di loro, per contrastare il potere di “Olawa”, per non dover restare da soli…

domenica 29 maggio 2011

The Day After... Cronache del dopo bomba...

Oggi non ho messo la sveglia, e non ho nemmeno sentito il muezzin. Quando mi sono alzato ho provato un certo sollievo non avendo piu’ dolore nè alle spalle nè alle ginocchia, sebbene abbia le gambe pesanti come tronchi. Oggi devo fare poche cose e riposero’, ma soprattutto oggi arriva Tsamaraso, una dei superboss del progetto, quindi si parlera’ italiano. Scendere le scale non e’ molto semplice, ma mi aspetta un viaggio in macchina ristoratore. Quando arrivo all’aereoporto resto sorpreso: all’atterraggio del mio volo non mi ricordavo tutta questa gente, ma soprattutto tutto questo trambusto.

L’aeroporto africano e’ un piccolo rione. Immancabili signore allestiscono banchetti improvvisati vendendo banane, sigarette, arachidi e acqua. C’e’ un calore incredibile attorno a chi parte e a chi arriva, ma quello che mi lascia senza parole avviene poco dopo. Un folto gruppo di persone prende dai propri bagagli dei tamburi e comincia una melodia ritmica a cui poco dopo fanno eco dei canti. Mi avvicino incuriosito e ho la fortuna di assistere alla “Scigoma’” una danza tipica delle Comore.

In una terra povera come l’Africa, in cui molte cose sono rimaste ferme a centinaia di anni fa, gli strumenti musicali sono i piu’ semplici che si possano trovare e sono tre: la voce, le percussioni ed il corpo. Non il nostro sgraziato, flaccido e bianco corpo di Muzungu, ma quello tonico e slanciato dei comoriani, dotato di una grazia incredibile. Spesso le danze tribali raccontano di eventi passati, guerre, raccolti. Non so di preciso cosa si celebra nella rappresentazione che ho di fronte, so solo che e’ meravigliosa.

Corpi che si muovono perfettamente al ritmo dei tamburi e dei canti; 6 ragazzi che s’inginocchiano e danzano come se fossero snodati. Non si muovono ascoltando il ritmo, e’ come se ogni singolo muscolo avesse dentro di se la musica, devono solo farla uscire. Tutto questo mi da un’emozione potente che mi fa sgorgare qualche lacrima, tanta e’ la forza che trasmette. Durante la danza poi un gruppo di donne inneggia agli uomini, i soli che possono danzare, con urla stridule. E’ un grido acuto che sa di liberatorio, simile a quello che fanno le donne libanesi nelle cerimonie nuziali (vi consiglio di vedere il film “Caramel”) ed e’ bello vedere le due meta’ del cielo che si toccano anche oggi qui in Africa…

sabato 28 maggio 2011

I Lontani Palazzi dell'Anima...

N.B.
Avviso ai naviganti: il racconto e’ abbastanza lungo, quindi prendetevi tempo se volete proprio leggerlo tutto…

Alcuni uomini considerano la sfida agli elementi come la piu’ grande delle prove: e’ un po’ come affrontare gli dei. Deve essere questo che porta gli scalatori ad arrampicarsi su montagne inaccessibili: la voglia di superarsi, ma credo anche il narcisistico piacere di essere il migliore, di sfidare gli elementi e di vincere. Non ho scalato l’Everest, nè sono sceso negli abissi, ma oggi sono salito al vulcano Karthala sentire il battito di madre terra…

Fenomeni fisici importanti, come tempeste o terremoti, sono sempre stati associati ad interventi divini. Uno degli dei piu’ importanti del Pantheon delle popolazioni polinesiane e’ Kana-Loa, mentre Efesto ed il suo alter ego Vulcano erano di casa nel Mediterraneo. Oggi salgo al vulcano per diversi motivi: non ne ho mai visto uno da vicino, ma soprattutto voglio mettere alla prova me stesso con un’escursione che si preannuncia come una delle piu’ dure che io abbia mai affrontato: 12 ore di cammino per 2000 metri di dislivello. Quando Ali, una delle guide, mi  ha detto che si puo’ fare in giornata, con un mezzo tono di sfida, ecco l’ancestrale lotta tra l’uomo e gli elementi che emerge ed io non posso che raccoglierla…

Preparo il mio zaino viola (sono quasi 20 anni che viene a spasso con me e non mi ha mai tradito) e devo farlo con cura: bisogna portarsi tutto, dato che non ci sono rifugi dove prendere dell’acqua o del cibo. Quindi almeno due maglie di ricambio, pantaloni lunghi, cerata per la pioggia ed un pile, visto che saliamo a 2400 metri e se arriva il freddo è meglio essere preparati. Pane, cioccolata spalmabile, biscotti e ovviamente acqua. Inizialmente pensavo di portarmene via 3 litri, ma pensando al percorso e alla latitudine (12 ore di cammino all’equatore)  ne prendo altri 2 per un totale di 5 litri, ovvero 5 kg,  fortuna che la mamma mi ha fatto bello grosso e non dovrei avvertire l’aggiunta di peso! Ultime cose da prendere sono un coltello multiuso, un coltello a serramanico, una fune (che non si sa mai, come insegna la mia baraka), la torcia da speleologo  macchina fotografica e GPS per l’altitudine. Sistemo il tutto nello zaino equilibrando il peso, saranno 15 chili, non proprio leggero, ma considero che lungo il percorso consumando cibo ed acqua il peso diminuira’ di oltre la meta’. Direi che posso andare a letto…

Suona la sveglia alle 03:30 e per svegliarmi non ho altro modo che gettarmi addosso un secchio di acqua fredda. Io e Artaji prendiamo una macchina che ci porta a M’Voni, il nostro villaggio di partenza, in leggero anticipo e qui ci attende la nostra guida, che si chiama Mombasa, come l’omonima citta’. All’inizio non lo vedo bene, dato che e’ vestito con abiti scuri, e’ ovviamente nero di carnagione e prima di partire ho un pensiero suggerito dalle mie tante letture fantasy: se stiamo andando al vulcano, ovvero il Monte Fato, e la mia guida potrebbe essere Frodo tanto e’ piccolo, io mi sento un po’ Aragorn, dato che il campeggio in Africa mi ha fornito qualche conoscenza da ranger (citazione da “Il Signore degli anelli”). Dopo questo pensiero ed i convenevoli di rito, si parte, torcia in testa accesa ed il GPS che segna le ore 4:30 e quota 386 metri.

Il sentiero, se cosi si puo’ chiamare, si snoda serpeggiante in mezzo alla giungla, una fitta ed inestricabile JUNGLA. Di notte tutti i boschi sono umidi di rugiada, ma qui ogni cespuglio attraversato o albero che ondeggia, ti fa cadere addosso un secchio d’acqua e dopo 10 minuti sono zuppo come se piovesse, anche se devo dire che e’ affascinante. Sono immerso in un groviglio di rami e foglie, si sentono alle volte i rumori di animali che si muovono, ma la luce e’ appena sufficiente per vedere per terra ed attorno a me c’e’ solo un muro verde. Mi sono chiesto se dietro di esso ci sia l’endemico giaguaro delle Comore (apparso nel mio terribile incubo di qualche settimana fa).



Dopo un’ora di cammino, ore 5:30, ci fermiamo per la prima sosta. Parlando con la guida scopro che ci sono 6 tappe a circa 300 metri di altitudine una dall’altra e adesso a quota 647 metri e’ il momento delle preghiere (Nota per i giocatori di ruolo: I musulmani fanno la prima preghiera del mattino un’ora prima del sorgere del sole, un po’ come tutti gli incantatori, che siano automaticamente chierici, maghi o druidi?).

Si riparte e arriviamo all’altra tappa con tempismo tedesco: ore 6:30 quota 936 metri. A quest’ora di solito il sole e’ gia’ alto, mentre adesso, dato che siamo sotto al vulcano, c’e’ luce, ma non si vede il sole e, sebbene ai tropici, a 1000 metri di altitudine e all’ombra non fa poi tanto caldo, perciò quando ripartiamo sono contento di ricominciare a sudare. Il paesaggio cambia e la foresta pluviale lascia spazio alla foresta temperata quando raggiungiamo la terza tappa, alle ore 8:30 a quota 1269 metri e qui noto l’assenza di conifere che tanto abbondano nei boschi di montagna alle mie latitudini. Un rumore mi scuote: dei muggiti. Qui dove la foresta e’ meno fitta si vedono sparuti gruppi di bovini con la gobba (che siano zebù?) e una casa circondata da un recinto. Chiedo a “Frodo”, la nostra guida, se quella sia una stalla. Mi guarda in modo strano e mi dice che quella e’ la casa del pastore, non degli animali. Da noi gli animali vengono rinchiusi in un recinto, mentre qui il pastore sta nel recinto e gli animali  vengono lasciati liberi…

Partiamo di nuovo, il percorso comincia a salire e si vedono i primi lastroni di pietra lavica che emergono dalla terra, testimoni di antiche eruzioni. La fatica comincia a farsi sentire assieme al peso dello zaino, sebbene quest’ultimo si alleggerisca ad ogni tappa. Sono gia’ quattro ore che camminiamo e quello che mi impressiona e’ la nostra guida: non ha una goccia di sudore e cammina in salita come se stesse passeggiando su un prato in pianura.

Alla quinta tappa appoggio lo zaino e mi siedo con gioia ed il GPS segna ore 9:30 e quota 1610. Manca ancora una tappa prima della vetta ed e’ in questo momento che spunta il sole da dietro il vulcano, che sembra ci guardi severo e la guida ci chiama per ricominciare a salire. Adesso il percorso si fa veramente duro e quando ci fermiamo all’ultima sosta a quota 1944 metri, getto letteralmente lo zaino a terra  e mi distendo sul prato a guardare le nuvole che corrono veloci sopra di me. Sono le 10:30, mancano poco meno di 400 metri e devo dire che ho odiato la guida quando ha pronunciato “narende” (“andiamo” in comoriano) per l’ultimo attacco alla vetta. Gli alberi sono del tutto scomparsi adesso e nei momenti in cui il vento cessa si sente il calore del sole e comincio ad essere davvero stanco, ma non posso fermarmi adesso e finalmente arriviamo alla vetta: quota 2328 metri alle 11:30 e tutta la fatica scompare quando di fronte a me vedo la caldera del vulcano…



Mano a mano che scendiamo ogni forma di vita sparisce, si apre una desolazione lunare di fronte a noi e la foresta appare morta: l’ultima eruzione del 2005 ha fossilizzato gli alberi, che ora sono tutti bianchi, testimoni perpetui della furia del vulcano. Poco dopo arriviamo alla bocca vera e propria: e’ un cratere in fondo al quale si vedono ammassi di lava solidificata dalle cui crepe fuoriesce qualche sbuffo di vapore.



Mi siedo sulla sabbia e la terra e’ calda, sembra quasi che pulsi. Mangiamo e ci riposiamo perche’ dobbiamo scendere, ma prima devo fare una cosa: pur non essendo un credente ho un rispetto quasi sacrale nei confronti della natura e i fenomeni naturali o i luoghi particolari suscitano in me un romantico sublime sgomento, perciò mentre fuoriesce un piccolo sbuffo di fumo mi inginocchio verso il centro del vulcano. Quando mi alzo Artadji mi chiede che cosa abbia fatto e gli rispondo “Ho reso omaggio a Madre Terra”…



Cominciamo la discesa quando sono le 13 e secondo la tabella di marcia dovremmo arrivare per le 18 circa. Il pensiero di fare altre 5 ore di quasi mi uccide, ma non posso certo prendere un elicottero! La discesa e’ comunque rapida, saltiamo almeno due tappe di sosta e dopo circa 2 ore non mi curo nemmeno più del paesaggio tanta e’ la stanchezza,  penso solo a scendere, come un automa, un passo dopo l’altro, cercando di arrivare alla meta il prima possibile. Ma alla mia Baraka questo non basta e quando arriviamo nella foresta pluviale comincia la pioggia; metto la cerata, che si rivela inutile perche’ in poco tempo sono completamente zuppo, anche se quasi non me ne accorgo: voglio solo arrivare alla meta. Finalmente, dopo una prima maledizione di Fata Morgana, arriviamo al villaggio di M’Voni poco prima delle 18. Mi trascino alla macchina e quando mi siedo le gambe mi tremano per la fatica, ma sono contento …

Sono nella mia stanza adesso e sono cosi’ stanco e cotto dal sole dell’equatore e dei 2000 metri di altitudine che ho i brividi di freddo. Il problema e’ che per lavarsi c’e’ solo acqua fredda, non c’e’ molta alternativa, perciò stringo i denti e non vi dico che goduria sentire il primo secchio di acqua fredda che mi scende lungo la schiena: praticamente una stilettata ghiacciata ad ogni vertebra. Mi consolo con una cena luculliana e quando torno la mia baraka si vuole ancora divertire con me. Arrivo alla residenza e trovo il portone chiuso, allora chiamo un amico di Artadji, perche’ lui ha il telefono rotto ed il ragazzo mi fa notare che c’e’ un modo per scavalcare il cancello , ma io non sono quasi in grado di camminare per il male alle gambe. Penso di andare a dormire in albergo per una sera, ma scopro che e’ l’unica volta che ho dimenticato il passaporto in camera. Comincio ad immaginare gia’ a come passerò la notte, quando la mia baraka decide che mi ha tormentato abbastanza e fa arrivare un altro inquilino che possiede il numero del guardiano e quando questo ci viene ad aprire resta sorpreso nel vedermi: pensava che dopo aver scalato il Karthala non avessi avuto le forze per andare a mangiare e che fossi crollato a letto: ma bussare alla porta per controllare era brutto?

Appoggio le mie cose e vado verso la terrazza. Osservo da qui sotto il vulcano illuminato dalle stelle e ripenso con un sorriso a quanto ho visto dalla cima: la distesa blu del mare mentre sentivo il respiro del vento che si infilava nelle gole della bocca del vulcano, dove ho colto, negli sbuffi ritmici di vapore, il battito della terra. Il ricordo di questa sensazione fa quasi ardere come fuoco il mio spirito e rivolgo lo sguardo verso casa, a nord ovest, dove vedo bianche nubi immense che sembrano palazzi… i lontani palazzi dell’anima…



venerdì 27 maggio 2011

Sotto il vulcano...

Questa non e’ stata una buona settimana di ricerca, dato che in tutta una settimana abbiamo fatto un singolo avvistamento, ma la ricerca sul campo e’ fatta anche di questo. Alle volte va bene e altre no; e’ un po’ come tirare un calcio di rigore: o gol o niente. Ma questa settimana ho l’asso nella manica, il vulcano…

La prossima settimana comincia l’arrivo del personale italiano e ci saranno giorni temo frenetici dal punto di vista burocratico organizzativo quindi per questa settimana ho in programma l’ascensione al vulcano Kathala. Le Comore sono un arcipelago di isole vulcaniche, e ci sono su tutta l’isola vulcani oramai inattivi, testimoni del tempo che fu. Tutti sono inattivi tranne uno, e ho scoperto dalle guide che e’ uno dei vulcani attivi piu’ grandi del mondo. Alto oltre 2400 metri e’ un vulcano simile all’Etna: una sorta di pentolone che bolle continuamente e produce materiale lavico senza provocare esplosioni o simili (Luca e’ giusto?).

Quell che invece mi spaventa un po’ e’ il percorso da fare. Per salire fino in cima ci vogliono 7 ore di cammino partendo da un villaggio a circa 400 metri di altitudine e almeno 5 per il ritorno. Significa percorrere un dislivello di circa 2000 metri in giornata; praticamente un massacro, ma ho solo questa occasione per vederlo, poi diventerebbe tutto troppo complicato. Il programma e’ molto semplice: sveglia alle 3:30, partenza in macchina fino al villaggio di M’voni dove si arriva sulle 4:30, da li dopo la preghiera delle 5 si parte in mezzo alla giungla fino alla cima del vulcano.

Sto preparando il mio zaino adesso che e’ pomeriggio, dato che meglio andare a letto molto presto e osservo il vulcano da qui sotto, dalla terrazza. Da qui si vede il confine tra la giungla e l’inizio delle rocce, un po’ come se fosse evidente il limite tra la vita e la morte. Sorrido mentre il sole del tramonto illumina la sommita’del vulcano, dove si puo' vedere battere il cuore di madre terra…

giovedì 26 maggio 2011

Incubi...

Nel folklore di quasi tutti i popoli il sovrannaturale assume forme benigne e maligne; la superstizione generata dall’ignoranza ha dato a malattie o fenomeni fisici i contorni mistici di interventi di entita’ superiori. Ecco quindi sciami di esseri che ci possono assicurare la salvezza o condannarci al tormento eterno. Dei, angeli, diavoli, loa, deva, vani, demoni, ciascuno diviso in caste e gerarchie ognuno con la sua sfera di influenza, il suo specifico “lavoro”.

Nel folklore cristiano i demoni sono un particolare gruppo di entita’ dedite al nostro tormento, e quelli che abitano i nostri sogni impedendoci di dormire si chiamano Incubi. E’ interessante notare come nella grecia classica il Daimon e‘ un essere non necessariamente malvagio, ma posto a meta’ tra uomini e dei, mediatore tra i due mondi: quello mortale e quello divino, mentre nella mitologia romana Incubo deriva dal verbo latino “incubare” (stare sopra), per cui questi esseri si coricavano sopra di noi di notte impedendoci di dormire.

La religione cristiana ha fatto un mix delle due cose dando vita a degli esseri  malvagi che tormentavano il nostro sonno, ma ancora peggio erano in grado di indurre in peccaminosa lussuria il posseduto. Ovviamente erano sia maschili (Incubi) che femminili (le Succubi), e si vociferava che le donne potessero addirittura concepire figli con questi esseri demoniaci (leggenda vuole che il nostro Mago Merlino sia figlio di un Incubo e di una donna). Oggi l’incubo non assume piu’ il suo aspetto tentatore ma gli e’ rimasta la nefasta capacita’ di tormentarci di notte non concedendoci un sonno ristoratore…

Prima di partire per l’Africa mi sono sottoposto ad alcune profilassi tra cui l’anti-malarica. Avevo diverse opzioni e alla fine ho deciso per il Lariam, dato che assumendolo solo una volta alla settimana mi sembrava il meno dannoso per il mio fisico. C’era solo una cosa che mi lasciava perplesso, i suoi effetti collaterali. Gia’ il medico mi mise in guardia dicendomi che poteva provocare cali di attenzione, nervosismo e allucinazioni consigliandomi di sospendere immediatamente l’assunzione se subentrassero i suddetti sintomi. Non ci ho fatto molto caso, ma poi quando l’ho acquistato ho letto il bugiardino (ho scoperto che si chiama cosi’ il foglietto dentro le confezioni dei farmaci) e vi metto qui alcuni effetti indesiderati.

Disturbi del sonno e alterazione dei sogni, agitazione, depressione, attacchi di panico, allucinazioni, aggressivita’, stato confusionale, alterazione sensoriale, vertigini, reazioni psicotiche e paranoiche, ed in alcuni rari casi sono stati segnalati casi di ideazione suicidaria. Ora ditemi voi come potevo sentirmi quando ho ingerito la prima compressa. Alcuni conoscenti hanno interrotto  l’assunzione dopo che avevano il sonno popolato da incubi o cominciavano ad avere allucinazioni sensoriali. Beh mi sono detto, male che vada smetto di prenderlo.

Ora a distanza di oltre un mese non sto accusando in pratica nessuno dei sintomi sopraelencati e mi sono dato due possibili spiegazioni. La prima e’ che essendo di taglia “grossa” il farmaco si distribuisce senza avere l’effetto collaterale da sovradosaggio. La seconda spiegazione e’ che sto vivendo da  oltre un mese in un realta’ parallela in cui credo di essere in Africa, di studiare cetacei e di scrivere un blog. Beh se fosse cosi’ vi esorto ad aiutarmi ad uscire da questo tunnel…

Solo una volta ho avuto un vero e proprio incubo, e lo ricordo benissimo, dato che la mia meta’ del cielo mi ha detto che il Lariam provoca incubi “vividi”. Nel mio stavo correndo di notte in mezzo alla giungla, o alla savana, non ricordo bene. Quello che so e’ che stavo scappando da un grosso felino, credo fosse un giaguaro o un ghepardo che mi stava inseguendo e che mi avrebbe preso da li a poco. Infatti con un balzo mi raggiunse, ma la cosa incredibile era che non mi sono svegliato per la paura, ma ricordo benissimo i suoi occhi mentre mi sbrana il volto e sento un dolore lancinante e poco dopo mi sveglio. Vi giuro che il ricordo di quel morso e’ vivido nella mia mente come fosse appena accaduto, ricordo benissimo il dolore e quegli occhi…

Parlando poco tempo fa in skype con uno dei responsabili del progetto, Tsaramaso, gli ho detto che prendo il Lariam come profilassi e la sua risposta e’ stata “e sei ancora nomale? Io non posso prenderlo mi da allucinazioni”. Al che gli ho raccontato il mio unico incubo e lei mi ha detto che dovevo stare attento o sarei finito sbranato  dal famelico ed endemico ghepardo delle Comore (qui al massimo ci sono degli innocui gattini). Dopo una bella risata, mi ha detto “ …in Africa si sogna la verita’…”. Chissa’ quale si cela dietro al morso del giaguaro delle Comore…

mercoledì 25 maggio 2011

Abitudini...

Sono passate oltre 5 settimane qui nel continente nero e dopo questo tempo ho notato come sia diventato indifferente ad alcuni comportamenti che in Italia non sarebbero visti proprio benissimo, o a soprassedere ad alcuni inconvenienti di percorso. Avviso da subito i lettori schizzinosi che gli argomenti trattati potrebbero urtare la loro sensibilità…

Credo che uno tra gli atti maggiormente praticati qui alle Comore sia sputare. Si sputa ovunque: per strada, sul marciapiede, sull’erba, ma soprattutto e’ un’attivita’ praticata senza distinzioni di sesso ed eta’. Puo’ anche capitare che mentre stai andando in autobus uno dei passeggeri approfitti della sosta per raccogliere una corposa dose di catarro. Gli altri passeggeri, senza indignarsi minimamente gli fanno cortesemente spazio fino al finestrino dove il passeggero puo’ espettorare con prepotenza. Nei villaggi dove sono stato alla mattina tutti assieme ci si lava i denti in giardino (vi ricordo che il bagno e’ all’esterno); potete immaginare che concerto all’alba…

Altra attivita’ molto diffusa e come sempre praticata senza distinzioni di sesso ed eta’ e’ la pulizia delle cavita’ nasali, che avviene spesso con tre sistemi. Il primo e’ la soffiata alternata: ci si tappa una narice e si espira con forza con l’altra narice (il famigerato “gheno” che spesso si vede fare dai rugbisti, dato che non si portano il fazzoletto nelle mutande), il secondo e’ la soffiata di coppia, ovvero come ci soffiamo il naso noi europei, solo che spesso qui avviene senza l’uso del fazzoletto (pensate a quante mani stringo ogni giorno qui in Africa). Il terzo modo avviene utilizzando le dita; attivita’ praticata diffusamente in Italia dagli automobilisti in coda al semaforo…

Altra cosa a cui non faccio piu’ molto caso e’ dove metto i piedi; mi spiego meglio. Qui in Africa gli animali (capre, galline) non sono tenuti dentro ad un recinto ma scorrazzano liberi per le strade e ovviamente gli escrementi li fanno dove capita, che sia giardino, strada, marciapiede, o dentro alla casa. Al villaggio di Ouroveni abbiamo campeggiato dentro ad una casa in costruzione dove spesso dormivano delle capre che non ci chiedevano mica il permesso per fare i loro bisogni. I primi giorni cercavo di evitare le innumerevoli cacche disseminate per i villaggi; adesso ho perso il conto di quante ne ho pestate o su quante mi ci sono seduto sopra…

Passiamo agli insetti. Qui in Africa ci sono milioni di insetti che ronzano in ogni posto dove tu vada e sembra che aspettino il momento in cui ti fermi un attimo all’ombra per saltarti addosso. Il quantitativo di mosche che volano qui in Africa e’ impressionante; provate ad immaginare un numero, poi moltiplicatelo per un milione e forse ci siamo e la cosa incredibile di queste mosche e’ che non c’e’ repellente per insetti che tenga, sembrano immuni. All’inizio facevo fatica a mangiare o a stare fermo senza cercare di mandarle via. Adesso ho capito come si fa; si sopporta, lasciando che si appoggino un po’ sulla mia pelle e che ripartano…

Termino questa carrellata con gli odori. L’Africa e’ impregnata di aromi forti, che permeano ogni angolo delle citta’ e dei villaggi. Ovunque si sente odore di mais cotto, banane, cocco, cassava, carne abbrustolita, pesce marcio, il tutto confuso con l’afrore delle persone. In tutto questo mi muovo io, uomo europeo, abituato a deodoranti e profumi. All’inizio vorresti farti una doccia e cambiarti d’abito almeno una volta ogni ora, tanto e’ il sudore che produci. Dopo poco capisci che non ha molto seno farlo, ma devi pazientemente sopportare il caldo ed il sudore fino a quando arrivera’ la frescura della sera e potrai farti una doccia senza sudare di nuovo. Ma il giorno dopo quando stai per andare in barca non commettere l’errore di metterti una maglia nuova che dopo 10 minuti sara’ gia’ da strizzare. Dopo pochi giorni infatti ho capito che puoi usare la stessa maglia “da campo” anche per 4 giorni di fila, tanto non stai mica andando ad una cena di gala. Stai per salire su una barca umida, che odora di pesce marcio, incrostata di sale e di sangue raffermo di pesce; pensi che il capitano di faccia scendere perche’ puzzi?

martedì 24 maggio 2011

Viaggio nel tempo...

Oggi ho sperimentato l’assenza prolungata di luce. Non che in Italia non succeda, durante temporali abbastanza violenti, ma qui ci sono delle cause che rendono la vita piu’ gustosa, altrimenti non sarebbe Africa…

Oggi pomeriggio avevo in programma un riordino dei dati raccolti. Dopo un po che sto lavorando il pc mi segnala che la batteria si sta esaurendo. Attacco la spina, ma non si ricarica. All’inizio mi viene un colpo pensando che si e’ bruciato il caricabatteria o peggio, la batteria non tiene piu’ la carica (gia’ successo), ma poi mi accorgo che non va il led luminoso della ciabatta. Mi tranquillizzo e penso che sia il solito black out che di pomeriggio arriva ad orari variabili. Spengo il pc, mi stendo a letto ascoltando musica e complice la stanchezza della giornata, mi appisolo per una buona ora e quando mi sveglio non c’e’ ancora corrente. Chiedo ad Artadji se per caso lui sa qualcosa e mi dice che per oggi non ci sara’ elettricita’ in tutto il centro per tutto il giorno. Ed il motivo e’ molto semplice: non hanno pagato…

Il sistema di erogazione di energia elettrica qui alle Comore e’ il seguente. Nella centralina che viene installata in casa c’e’ una scheda simile alle SD delle macchine fotografiche digitali dove viene caricato il credito che consumi utilizzando la corrente. Questo sistema ha due indubbi vantaggi: ti permette di conoscere l’effettivo consumo, ma soprattutto e’ impossibile da truffare. Quando finisci il credito non c’e’ piu’ energia elettrica, mentre da noi ci vuole un po’ prima interrompano la fornitura. Quindi non hanno ricaricato la scheda prima che il credito finisse, ma hanno atteso l’esaurimento della scheda, che purtroppo e’ avvenuto quando non si puo’ piu’ ricaricare. Fortuna ha voluto che gli strumenti avessero gia’ le batterie cariche. Mi sono quindi preparato alla notte con una scorta di candele e ho sperimentato la notte senza ventilatore. Di notte tutto il calore accumulato dalla terra, dalle case, viene ceduto alla frescura della sera, un effetto che non avevo mai provato prima.

Alle 18 circa il sole sparisce dal cielo, portandosi via tutta la luce fino all’alba. L’aria si ferma e tutto sembra immobile. Gli animali notturni non escono ancora dai pertugi nei muri, quasi non siano ancora convinti che sia il loro momento. Accendo le prime due candele a patire un po’ l’assenza del ventilatore, tanto che dopo un’ora sono un bagno di sudore e opto per una bella doccia rinfrescante, e devo dire che farla a lume di candela rende il tutto molto romantico, sebbene sia qui da solo. Mangio un boccone veloce dato che domani ci si sveglia alle 4 per andare in barca, ma non posso fare a meno di scrivere qualcosa, mentre il fresco della sera riempie la mia stanza. Oggi ho fatto un salto indietro nel tempo di quasi 200 anni. Ma un momento, non siamo nel 2011? Si, in Europa, ma qui siamo in Africa…

lunedì 23 maggio 2011

India...

Se si potesse “umanizzare” ogni continente, l’Europa sarebbe il cervello, il cuore l’Africa, il sangue le Americhe, ma lo spirito sicuramente sarebbe l’Asia. Tutta l’Asia possiede una spirtitualita’ potente, ed uno dei luoghi che mi ha sempre affascinato e’ l’India. Certo anche la Cina con Confucio e Lao-Tzu (fondatore del Taoismo) devo dire che non e’ da meno, ma e’ la patria di Siddartha (meraviglioso libro di Herman Hesse che vi consiglio) che provoca un sussulto dentro di me, forse figlio di un non vissuto familiare.

Oggi non e stata una buona giornata; pioggia, contrattempi e black-out; cosi’ ho fatto una tappa in India per immergermi nei suoi mari di spirito; sono andato a trovare il mio amico indiano; dopo essere arrivato alla soglia del suo negozio, ho pronunciato namascar e mi sono seduto accanto al mercante di pietre. Sangi , e’ il suo nome, deve aver intuito che oggi non era una buona giornata per il sottoscritto e allora ha cominciato a parlarmi della sua vita e del suo lavoro.

In famiglia sono 5 fratelli che fanno tutti lo stesso lavoro, con attivita’ sparse in tutto l’Oceano Indiano. Sono oltre 35 anni che lavora nel campo delle pietre e ho scoperto che oltre a commerciarne, le intaglia, e disegna gioielli che poi realizza a mano. Ha molte persone che lavorano nella sua bottega, ma mi dice che oggetti particolarmente pregiati, o difficili li produce lui personalmente, ma soprattutto l’ultima parte della realizzazione di ogni gioiello esposto viene fatta da lui con le sue mani, “perche’” mi dice ammiccante “ognuno di noi ha i suoi segreti ed io devo ancora tramandare i miei, come ha fatto mio padre a me.”

Rimango affascinato da quest’uomo che ascolta tutte le parole che dici e attende sempre qualche attimo prima di rispondere, dando un peso alla frasi che pronuncia. Mentre stiamo conversando del suo lavoro mi dice quanto lo ami, ma soprattutto delle grandi soddisfazioni che gli da nonostante ci siano dei momenti di difficolta’. All’inizio non avevo capito il senso del suo discorso, ma poco dopo e’ come se mi avesse enunciato una parabola tra le righe e il significato che ho colto e’ stato questo: “e’ sempre difficile, ma se non c’e’ il sacrificio, il successo non e’ gratificante”. Forse, inconsciamente avevo bisogno di sentirmelo dire e lui deve averlo capito

Quando mi parla di suo padre avverto che le sua parole si fanno piu’ pesanti. Me ne accorgo solo dopo che gli ho chiesto come sta . Al che mi risponde che e’ morto da 7 anni. Ovviamente mi scuso per la mia domanda, ma lui mi sorride garbato e mi dice “Non c’e’ problema, non ti preoccupare. La vita e la morte sono le facce della stessa moneta, unite in modo indissolubile. Senza la morte non apprezzeremo la vita. Certo il dolore per la morte di una persona cara e’ difficile da attenuare, ma bisogna imparare ad accettarlo come un fatto naturale.”

Non aggiunse altro e dal suo silenzio ho capito che la conversazione di oggi era terminata e dopo un reciproco silenzioso inchino mi sono avviato verso il mio alloggio. La giornata dopo questo passaggio in India ha assunto un colore diverso dal grigio plumbeo del cielo. Ho ripensato alla frase sulla vita e sulla morte e mi sovviene una frase di Russoeau, tratta dalle sue “Passeggiate solitarie”.

"... ogni cosa comincia e finisce, spesso gli uomini ricordano solo gli anniversari della nascita o della morte di avvenimenti, persone o stati, e dimenticano le bellezze del tempo vissuto. La cosa buffa è che nei cimiteri si leggono solo due serie di numeri e una frase che spesso non rende giustizia di una vita intera. Ma credo che questo faccia parte del mistero della vita; il presente altro non è che l'insieme di due parti, futuro e passato, che non esistono se non per un effimero e misero istante. Cerchiamo di ricordare il nostro vissuto per migliorare con il passato il presente che rubiamo piano piano al futuro... "

Namascar…

domenica 22 maggio 2011

Solitude Standing...

La domenica e’ un giorno particolare per me qui in Africa. Non solo perche e’ un giorno di riposo, ma perche’ di solito e il giorno in cui me ne sto da solo, o al massimo ho un fugace incontro pomeridiano con Artadji. Ma oggi il mio studente e’ via per un matrimonio di alcuni suoi parenti. Ha provato a spiegarmi chi sono, ma non ho capito bene se fossero cugini vicini o lontani; per capire bene o sei africano e sai districarti in una fittissima ragnatela di relazioni familiari, oppure ti ci vuole un’equazione differenziale. La cosa incredibile e’ che e’ venuto a chiedermi il permesso di andarci, perche’ si sente responsabile della mia permanenza qui: ovviamente gli ho detto che non c’era nessun problema e che portasse gli auguri di felicita’ e prosperita’ agli sposi.

Ieri sera ero spossato, talmente tanto che alle 10 gia’ dormivo della grossa e quindi stamane alle 6 ero gia’ in piedi. L’idea di andare a fare immersione e’ stata abbandonata quasi subito dato che nere nuvole sopra il vulcano assicuravano l’arrivo della pioggia. Quindi decido di dedicare la mattina al riordino di dati, di files sparsi qui e la’, insomma cerco di porre un po’ di “ordine e disciplina”, parafrasando un mio amico di Bolzano. Arriva l’ora di pranzo e dopo un collegamento fugace davanti al mio albergo di fiducia, in cui non hanno cambiato la password, ma hanno lasciato la WI-FI a libero accesso; evidentemente dopo l’ennesimo black-out si sono dimenticati di risettare il mdem,. Ritorno al mio alloggio giusto in tempo per evitare la pioggia che comincia a scendere…

Questa pioggia e’ diversa dal solito. Non e’ un acquazzone liberatorio che dopo un’ora termina. Questa e’ fine, lenta, fastidiosa perche’ contribuisce a rendere la giornata uggiosa, contornata da questo cielo plumbeo che non mi ha abbandonato per tutta la domenica. Sono rimasto per almeno un’ora qui seduto a fissare la pioggia che cadeva in silenzio. Anche se avessi voluto parlare con qualcuno qui al centro la domenica tutti tornano a casa, di solito rimaniamo solo io ed il custode. E’ in momenti come questi che si riflette bene, sulla vita e sul tempo.

Di recente mi hanno chiesto se ho qualche momento di sconforto; ovvio che si, sono un essere umano e ci sono sempre dei momenti difficili nella vita. L’importante e’ riuscire a non farsi sopraffare dallo sconforto e attendere che il momento passi. Oggi e’ uno di quei giorni che avverto maggiormente il peso della solitudine, il mio essere straniero in questo paese. Qui il tempo quasi si cristallizza mentre ripensi alla tua vita, a quello che facevi a casa, a migliaia di miglia da qui. Ma soprattutto ti guardi spesso attorno e vedi un mondo che non e’ il tuo e forse, nemmeno con tutta la forza di cui disponi potrebbe diventare la tua casa per sempre. Se fossi in un qualunque paese europeo probabilmente non avrei questi problemi, ma qui alle volte tutto e’ troppo lento, troppo lontano, troppo diverso, troppo africano…

Definirsi cittadini del mondo e’ una bellissima espressione che spesso viene detta per darsi un tono ( ho imparato che bisogna essere onesti con se stessi), ma che serve per dimostrare apertura mentale, tolleranza e adattabilità. Credo che ogni viaggiatore (non turista, il turista staziona in un posto osservando il contorno preparato, mentre il viaggiatore si immerge sporcandosi nel posto che vuole conoscere) sia per brevi periodi della sua vita cittadino di questo pianeta, ma credo che non lo possa essere per sempre; penso che ognuno di noi necessita di un luogo che sia suo nel mondo da chiamare “casa”. Qui in Africa in questi momenti di “tempo fermo” ho modo di riflettere su quale sia il mio posto. Credo che ricordero’ per sempre questa mia prima esperienza africana e penso (spero) che mi fara’ diventare una persona migliore…

sabato 21 maggio 2011

La legge di Murphy...

“Se una cosa puó andare male, sicuramente lo farà”. Di fronte a questa massima spesso non c’e’ scampo; a poco servono amuleti, la quabbala ebraica, esorcismi o inshallah. Spesso quando si fa ricerca sul campo si cerca di essere preparati a tutti gli inconvenienti, ma gli imprevisti si chiamano così per un motivo…

La giornata di ieri non e’ stata fortunata e non si sono uditi nemmeno i suoni dei capodogli negli abissi, ma capitan Ciotti mi dice che se sono disponibile la prossima settimana , invece di fare transetti, possiamo fare un giro al largo a cercare balene. Non mi pare vero tanto che mentre mi parla nemmeno guardo mentre smonto gli strumenti. E una manovra semplice che ho fatto decine e decine di volte, un semplice movimento meccanico, solo che stavolta va storto perché sento un rumore sospetto quando tolgo uno dei connettori. Lo rimetto per controllare e mi si gela il sangue quando nelle cuffie non sento nessun rumore; non trasmette più segnale! “Non e’ possibile!” urlo, “proprio adesso che cominciava la caccia alle balene mi si rompe l’idrofono”. Questa volta non e’ la mia baraka; lei mi gioca degli scherzi, si diverte  tormentarmi, ma non e’ così perfida: questa e’ la legge di Murpy che colpisce senza pieta’.

Confesso che ero veramente disperato. Lo stesso pezzo di ricambio in Italia lo trovo in qualunque negozio di musica, ma qui in Africa come posso fare? Il mio studente mi propone di fare un tour pomeridiano per cercare lo stesso pezzo ma dopo ore sotto il sole e decine di negozi devo gettare la spugna mentre sperimento il corollario della termodinamica alla legge di Murphy: “Sotto pressione le cose peggiorano”. Infatti sono spossato, con un mal di testa lancinante e decido di darci un taglio totale andando a mangiare, ma qui il mio studente mi lascia una flebile speranza. Si ricorda che un suo conoscente potrebbe o avere il pezzo o ripararlo, ma mi mette in guardia dicendomi che e’ un po’ matto. Io gli rispondo che per me può anche essere un pazzo psicopatico come Hannibal “the cannibal”  nel Silenzio degli Innocenti, ma basta che mi ripari il connettore…

 Oggi di buona mattina ci dirigiamo verso la mia ultima speranza. Mentre camminiamo Artadji mi parla del personaggio che sto per incontrare e devo dire che e’ una persona “particolare”; viene chiamato Dojo e si autodefinisce, filosofo, ricercatore, storico e scienziato. Tiene una radio che ho scoperto essere semiclandestina, dato che ogni 6 mesi circa ne cambia la locazione. Nella sua radio non viene trasmessa musica, ma solo ed esclusivamente programmazione culturale. Chiunque abbia qualcosa da dire che ha a che fare con la scienza, la filosofia, le arti puo’ andare e parlare alla sua radio; fin qui niente di male, se non fosse per la sua politica altamente antifrancese che deve avergli provocato non pochi problemi, dato che non tiene con se un telefono ne un collegamento internet ed il motivo per cui cambia la sede. Artadji mi dice che quasi una volta al giorno si scaglia in modo violento contro la politica francese. Praticamente sto andando a casa di un pazzo rivoluzionario, ma non e’ un mio problema, a me basta che ripari il connettore…

Arriviamo e ci troviamo in un dedalo di stradine secondarie e di fronte a noi si erge una baracca in forati e lamiera circondata da una grata metallica, come fosse una prigione, quasi che questo tipo si sia autoimprigionato. Appena varchiamo la soglia ci accoglie un individuo basso, tarchiato, con gli occhi spiritati, che non smettono mai di muoversi. Ci presentiamo e appena Artadji dice che sono un ricercatore e soprattutto che sono italiano Dojo mi da la mano dicendo “Anche io sono un ricercatore; attualmente sto facendo ricerche sulla relativita’ di Einstein”. Vi giuro che il mio primo pensiero sarebbe stato quello di ridergli in faccia, ma lui e’ la mia sola speranza e rispondo cercando di restare serio.

“Pero’ interessante, di fisica non ne capisco molto, mi occupo solo di cetacei”. Lui non fa una piega e risponde “Interessanti anche i cetacei”. Finito questo surreale dialogo gli chiedo se puo’ fare qualcosa per riparare il mio connettore. Lui lo prende in mano e con la naturalezza con cui respiriamo mi dice “Ma certo” ed in 5 minuti prende il pezzo, lo smonta e rifa’ i contatti, con perfetta polarita’. Monto il connettore e funziona! Sara’ pazzo ma mi ha riparato il connettore e per me e’ un genio! Mentre sto mettendo via gli strumenti noto che il tendaggio del retrobottega e’ scostato e posso vedere una libreria a parete piena zeppa di libri e quando leggo i titoli e le materie rimango di sasso: Platone, Linneo, Cartesio; libri di matematica, botanica, storia, filosofia ma soprattutto dei libri che trattano la teoria della relativita’ generale e ristretta di Albert Einstein. Non ho dubbi, in Africa tutto e’ possibile. Dojo e’ definitivamente un genio per me; mi ha riparato il connettore, puo’ essere quello che vuole…

venerdì 20 maggio 2011

Le relazioni pericolose...


Vi ho già parlato dei due mondi distinti ma contigui che ho trovato qui alle Comore, il mondo femminile e quello maschile. Al loro interno i rapporti possiedono una cordialità dirompente ed una fisicità quasi invadente; appena ci si vede ci si saluta con una stretta di mano molto vigorosa e soprattutto pacche sulle spalle, risate ed un fiume di domande. Ma e’ quando bisogna relazionarsi con l’altra metà del cielo che cominciano le difficoltà. Perché in un società rigida in cui ci sono leggi non scritte che regolano ogni aspetto della socialità, e’ difficile contenere il guizzo del sentimento.

Le prime avvisaglie di questa difficoltà le ho viste in Ouroveni il primo villaggio, in cui mi hanno chiesto se ero sposato; ho risposto che non lo sono, ma che vivo assieme alla mia compagna nella stessa casa. Gia’ il fatto che io viva con la mia compagna senza essere sposato ovviamente e’ una cosa inconcepibile, ma soprattutto che viviamo io e lei e basta senza nessun altro elemento della famiglia. La domanda successiva e’ stata come ho fatto  a conoscerla e a convincere suo padre a venire a vivere con me. Dovevate vedere le loro facce quando ho detto “Ho conosciuto la mia compagna ad una cena tra amici, e non ho chiesto a nessun padre, ma abbiamo deciso assieme”; ecco questo non sono riuscito bene a farglielo capire, ma non mi pareva il caso di insistere. Allora incuriosito ho chiesto come si fa qui alle Comore e devo dire che e’ proprio dura.

Escluse le unioni combinate, che qui ci sono e in molte famiglie sono una consuetudine, gli adolescenti si conoscono a scuola, o frequentando spazi comuni, come ad esempio le piazze, i caffé, come avviene in tutto il mondo. Non sono entrati molto nel dettaglio della fase pre-fidanzamento, ma mi pare di intuire che sia una fase lunga, delicata e soprattutto misteriosa. Nel senso che niente si vede in pubblico, ma sono lunghi sguardi, sorrisi continui. Solo lontano dagli occhi indiscreti allora ci si puo’ lasciar andare, toccarsi le mani o abbracciarsi, pronti a mettere subito una pudica distanza. Alcuni giorni fa mentre andavo a prendere l’acqua al deposito di acqua piovana una coppia di studenti stava guardando un film al pc tenendosi la mano, appena mi hanno visto si sono seduti composti e con le braccia incrociate con uno sguardo di indifferente vergogna.

Dopo questa fase avviene il fidanzamento. Il ragazzo in questione parla della ragazza con cui vorrebbe fidanzarsi a casa propria e qui ci sono tre diverse possibilita’. Nei primi due casi o il padre ha gia’ deciso per un matrimonio combinato o la ragazza non viene accettata, il risultato e’ il medesimo: il matrimonio non si fara’ a meno che il ragazzo decida di andare contro la volonta’ della sua famiglia, cosa assai rara. Se invece abbiamo la terza possibilita’, ovvero la ragazza va bene, si passa alla fase due, ovvero chiedere alla famiglia della futura sposa. Ma qui viene il difficile perche’ non puo’ andare il futuro marito a chiederlo, perche’ troppo giovane, ma deve andare o il padre dello sposo o uno zio, perche’ le due persone che si parlano devono appartenere alla stessa categoria di eta’. I due padri quindi si siedono e discutono della proposta e cercano di trovare un accordo che puo andare bene o male; qui entrano in gioco, status sociale, ricchezza e privilegi dell’una e dell’altra famiglia. Se alla fine i due capifamiglia si accordano si festeggia e vissero per sempre felici e contenti, altrimenti niente da fare.

Oggi e’ venuta in barca con noi un’amica del mio studente. Di solito sono abbastanza “tedesco” quando lavoro, e non mi piace mescolare lavoro e divertimento, ma Artadji me lo ha chiesto con una tale espressione che non sono riuscito  dirgli di no. Per tutto il tempo ha parlato pochissimo, ma quando poi siamo rientrati al porto Tadji mi ha chiesto se potevo scattare alcune foto e per la prima volta si sono messi in posa molto vicini, emozionati da questo contatto. Credo di intuire che ci possa essere del tenero tra di loro, ma credo che il mio studente non lo direbbe nemmeno sotto tortura.

Dimenticavo: esiste un’ultima possibilita’ per gli amanti se tutto dovesse andare storto; andare contro la volonta’ delle rispettive famiglie, fuggire in un altro villaggio e farsi una famiglia da soli, credo che si possano contare sulle dita di una mano sentendo Artadji. Una cosa che poi mi ha fatto capire quanto sia dura la vita coniugale qui riguarda il rapporto con i genitori della sposa. Infatti il marito dopo il matrimonio va a vivere in casa della sposa per tutta la vita, e’ quasi impossibile che i due decidano di vivere da soli per conto proprio. Ecco questo io non riesco a concepirlo, ma sono solo un muzungu…

giovedì 19 maggio 2011

Avatar ... il Dio in Catene...


Nella religione Indu’ spesso gli dei si manifestano nel mondo mortale, ma non possono farlo liberamente , devono infondere una parte della loro essenza in un essere mortale, quasi che il creato non possa contenere la loro grandezza. Ma questo involucro fatto di carne e sangue stringe in una morsa il dio, che lotta per far emergere la sua divina potenza, costretto a ridurre la sua grandezza, incatenato come noi ad una finita ed imperfetta esistenza: ecco quindi che viene alla luce un Avatar, parola che deriva dal sanscrito “avatara” o discesa. Nella trimurti, la triade (affascinante come il tre ritorni sempre nelle diverse religioni, le divinita’ indu, il numero perfetto del Tao, la trinita’, le erinni, le moire…) divina indu’ composta da Brama (il creatore), Visnu’ (il conservatore) e Shiva ( il distruttore), i sacri testi attribuiscono a Visnu’ ben 10 avatar e si attende la venuta di Kalki, che distruggera’ il  male del creato per ristabilire il regno dei giusti (analogia con la profezia maya, mi sa che ci sara' affollamento il 26 dicembre 2012). Oggi ho incontrato il Dio in Catene…

Ieri durante l’uscita in barca mentre ascoltavo i suoni di alcuni delfini sento un rumore ritmico, come un ticchettio, non ci faccio molto caso, pensando che sia semplice rumore di fondo, ma alla sera decido di ascoltarlo meglio. Effettivamente il ticchettio c’e’ sempre, ma non e' rumore di fondo, viaggia a frequenze troppo alte. C’e’ solo un cetaceo che emette suoni di questo tipo e l’ho gia’ incontrato ad Ischia: il capodoglio. Scuoto la testa mentre cerco la mappa batimetrica “non puo’ essere, non e’ cosi’…”. Non faccio tempo a finire di pensare quando noto che ci potrebbe essere nelle vicinanze un canyon sottomarino. Vado a dormire con questo pensiero che mi frulla in testa e ripenso alla prima volta chesentii parlare del capodoglio. Me ne parlo' mio nonno e rimasi affascinato da questo animale che cacciava negli abissi i calamari giganti…

Stiamo effettuando la consueta uscita al mattino, e sono un po’ insofferente perche’ non abbiamo ancora visto un animale in piu’ di un’ora finche’ ecco che capitan Ciotti urla “Nduju” (comoriano per balena); volgiamo la prua ed ecco un soffio dritto davanti a noi. Immediatamente spingiamo il motore e vediamo una coda inabissarsi, mentre una sagoma ci attende ed e’ allora che capisco, senza ombra di dubbio; e proprio un capodoglio…

L’incontro con questi giganti del mare mi provoca emozioni contrastanti, curiosita’ e paura; oggi a maggior ragione dato che eravamo su una barca di legno di 5 metri di fronte ad un animale lungo piu’ del doppio e pesante oltre 50 tonnellate, solo con il suo peso ridurrebbe la barca in briciole. Mentre respira, fa vibrare l’acqua, ma non sembra un movimento meccanico, e’ come se tutto il suo corpo pulsasse. Per gli antichi greci Oceano era una divinita’, e di fronte a me ora non c’e’ solo un animale maestoso, ma un Avatar dell’Oceano Indiano. Mentre respira tutto sembra fermarsi, finche’ una scossa, un fremito lo percorre; sembra quasi che la sua essenza voglia uscire, liberarsi dalla prigione di corporeita’. Cominciamo ad avvicinarci, ma lui non ce lo permette, inarca la su coda grossa come un tronco e mentre scende ho solo il tempo di ascoltare con gli strumenti un ticchettio che si diffonde negli abissi, regno incontrastato del Dio in Catene…

Chi dorme...

Non piglia pesci, recita il detto, nel mio caso non piglia cetacei. Questa settimana il nostro sito di indagine e’ la costa del villaggio di Itsandra. “Perfetto” e’ il mio primo pensiero, dato che dista solo alcuni chilometri dalla capitale e quindi non dovro’ fare campeggio, ma posso dormire nel mio alloggio. “Terribile” e’ il pensiero attuale, perche’ il villaggio non e’ cosi lontano per montare la tenda, ma nemmeno cosi’ vicino da poterlo raggiungere agevolmente, dato che all’alba non ci sono i mezzi. Quindi l’unica soluzione possibile e’alzarsi alle 4, farsi i 4-5 chilometri a piedi con tutta l’attrezzatura in spalla e arrivare quindi poco prima delle 6 per l’uscita in barca; gia sento le risate della mia baraka…

Per la prima volta devo mettere la sveglia perche’ ci alziamo prima del muezzin e per svegliarmi non trovo altro metodo che versarmi addosso un secchio di acqua fredda, perche’ solo bagnandomi la faccia non e’ sufficiente e quindi ho optato per il metodo drastico che ha funzionato. Prendo l’equipaggiamento e assieme ad Artadji ci incamminiamo verso Itsandra facendo colazione itinerante con acqua, pane e biscotti; dato che si deve andare in barca e forse fare il bagno meglio non esagerare. Alle 4:30 di mattina la citta’ dorme, non c’e’ nessuno, alle 5 comincia a svegliarsi per la prima Salat (preghiera) ma adesso ci si potrebbe stendere in mezzo alla strada. Fa un certo effetto vedere alcuni luoghi che durante il giorno sono un groviglio di corpi, odori e suoni quasi inestricabile, mentre adesso sono spazi vuoti, senza significato. Il porto, la via commerciale, il grande mercato Wolo-Wolo; quest’ultimo poi mi lascia senza parole.

Questo mercato, che in realta’ potremmo definire Casba, Bazar o citta’ nella citta’, e’ un’enorme piazza, in alcuni punti coperta, dove chiunque puo’ arrivare, stendere un panno o se preferisce essere itinerante, sopra una carriola, metterci la propria mercanzia e cominciare ad urlare per venderla. Non ci sono posti fissi, chi prima arriva si prende le tettoie e i banconi in pietra, mentre per gli altri non resta che stendere un panno e metterci sopra le merci, ma la cosa incredibile di questo posto non e’ il fatto che si puo’ vendere ogni cosa, e’ il fatto che puoi comprare da chiunque, anche da un passante. Se per esempio qualcuno vede un oggetto, ad esempi il tuo cappello, e gli interessa si avvicina e cortesemente ti dice che e’ intenzionato a comprarlo e ti fa un’offerta; il rifiuto netto e secco e’ scortese, perche’ come ho imparato in tutti i paesi arabi non si tratta per comprare, ma si tratta per conoscere. Credo che la maggior parte delle volte che si cominci ci sia la voglia di sentire delle storie piu’ che il desiderio di acquistare. Fatto sta che si tratta sul prezzo mente i commercianti si informano sul reciproco lavoro, sul motivo della permanenza e molte altre cose, e nel frattempo si rilanciano le offerte finche’ se uno non cede l’oggetto del desiderio, ma ha fatto una buona discussione, sono tutti contenti e si prosegue per la propria strada, dato che qualcosa lo si guadagna in ogni caso; calore umano.

Usciamo dalla citta’ e la strada che ci porta al villaggio non e’ illuminata, ma c’e’ una luna piena che sembra un faro; e’ talmente luminosa che fa sparire tutte le stelle. Non c’e’ una nuvola in cielo e non tira un alito di vento, le condizioni perfette per fare avvistamenti in mare. Arriviamo al villaggio di Itsandra e Tadji si ferma per la preghiera mente io attendo all’esterno e cerco di vedere qualche stella, ma sta per sorgere il sole in cielo e ne scorgo solo una: Venere, la prima ad apparire alla sera e l’ultima a scomparire al mattino. Mi guarda come quella volta ad Ischia e magari potrebbe essere un buon segno. Tadji finisce e ci incamminiamo verso il porto e mentre parliamo mi accorgo del chiarore che si diffonde. Una cosa ho imparato delle albe e dei tramonti africani, almeno qui all’equatore. Che sono lampi velocissimi, sembra quasi che qualcuno accenda o spenga il chiarore come se avesse un interruttore. Alla mattina ad esempio e’ qualcosa di inspiegabile, mentre stai camminando in pochi attimi la luce pervade tutto l’ambiente senza che tu te ne accorga, senza gradualita’. Saliamo in barca e sento la voce gracchiante del capitano; credo che abbia fumato talmente tante sigarette che tra la sua voce e quella di Sandro Ciotti non c’e’ alcuna differenza. Mi chiede in un francese stentato che direzione dobbiamo prendere ed io indico a Capitan Ciotti il nord e mentre volgiamo la prua noto che Venere e’ scomparsa del tutto…