mercoledì 18 maggio 2011

Il Bianco e il Nero...

Leggendo Ebano ho imparato tante cose sull’Africa; non ringraziero’ mai abbastanza la mia meta’ del cielo per avermelo dato perche’ attraverso la sua lettura ho capito e apprezzato molte cose di questo continente e la prima e’ condensata in questa frase di Kapuscinski “Solo per semplificare e per pura comodita’ che chiamiamo questo continente Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realta’ l’africa non esiste.”; infatti Lei e’ qui ora attorno a me ed in nessun luogo. Molte delle cose che sono state vissute e scritte da questo straordinario scrittore in Ghana, Ruanda, Kenya sono vere anche qui adesso come 50 anni fa. Alcune di queste cose le ho sperimentate di persona; sentite questa…

Nel primo villaggio dove abbiamo campeggiato non capivo come mai spesso i bambini mi evitassero, sebbene li salutassi in comoriano. (Per dire “ciao” si dice “Eje” e l’altro risponde con “Gema”). Alcune volte poi scappavano di corsa a nascondersi dietro la gonna della mamma, magari piangendo. All’inizio non ho dato molto peso a tutto questo, pensando che tutto fosse dovuto alla mia statura, finche’ non sono arrivato a Bangua, il villaggio dei Guguru…

Li noto che oltre a fuggire i bambini spesso mi indicano e dicono qualcosa ma capisco solo la parola Muzungu. Chiedo spiegazioni ad Artadji che mi dice “Per loro tu sei il cattivo Muzungu che li porta via dalla loro mamma”. Rimango un attimo interdetto e poi chiedo ulteriori spiegazioni. “Scusa, stai forse dicendo che per loro sono una sorta di spauracchio?”. Lui ridacchia e mi spiega meglio. “Quando un bambino fa tanti capricci la mamma gli dice che se non fara’ il bravo arrivera’ il Muzungu che lo portera’ via di notte.” Subito mi tornano in mente alcune pagine di Ebano ed una semplice considerazione. Nel nostro mondo di bianchi l’elemento pauroso, il “babau”, e’ sempre stato l’uomo nero. Quante volte mia nonna mi ha sgridato dicendomi “Ara che se no ti xse’ sestoso riva l’omo nero che te porta via” (traduzione: guarda che se non fai il bravo arriva l’uomo nero che ti porta via). Qui, in un mondo di neri il babau sono io, l’uomo bianco, il Muzungu. Ecco perche’ i bambini spesso si nascondono quando mi vedono, magari la mamma poco prima li ha sgridati con la minaccia del muzungu cattivo e io appaio poco dopo sulla strada. Ma al villaggio dei Guguru (solo li’ poteva succedere) ho assistito all’inversione di tendenza…

Dopo una mattinata in barca alcuni bambini si avvicinano, non sembrano spaventati dalla mia presenza e giochiamo un pochino con una palla fatta di stracci legati assieme da del filo da pesca (pensavate con un pallone? Vi ricordo che siamo in Africa). Mentre andiamo verso casa uno di questi bambini viene pesantemente sgridato da sua madre che poi mi indica piu’volte dicendo Muzungu ed intuisco che gli sta dicendo che l’uomo bianco potrebbe portarlo via. Il bambino mi guarda in modo complice, con occhi da furbetto e con piglio deciso dice alla mamma “Io non ho paura di quel Muzungu”. La mamma per 10 secondi non ha emesso un fiato…

Oro Bianco...

Acqua, componente essenziale e vitale delle creature. Non esiste nessun essere vivente  che non abbia dentro di se questa formidabile molecola dal comportamento bizzarro; riscaldata svanice in vapore mentre il freddo la fa solidifacare rendendola leggera, ma e' nella sua forma liquida che tutti noi la apprezziamo. Qui in Africa l'acqua e' un bene preziosissimo, tanto che i beduini dello "Specchio d'Oro" il deserto del Sahara dicono che esiste una cosa che puoi amare e desiderare piu' di una donna: e' l'acqua. Durante questa mia permanenza africana non ho attraversato deserti, ne ho patito sofferenze per via della mancanza d'acqua, tranquilli, solo che oggi mentre mi facevo la doccia notavo come abbia imparato a razionare e riutilizzare l'acqua.

Appena arrivato qui in albergo ho fatto la mia prima esperienza di doccia con i secchi dato che il tupo dell'acqua calda era rotto e funzionava solo la fredda. Spostandomi nel mio alloggio al centro ricerche avevo visto un boiler e la doccia e mi sentivo tranquillo come un pascia', ma non avevo fatto i conti con la mia baraka. Il boiler infatti era rotto ed incrostato e la doccia funzionava, ma ho scoperto solo alla mattina, dalle 6 circa fino alle 10, poi non c’e’ piu’ pressione e niente acqua corrente; quindi da subito imparai che bisogna dormire con il rubinetto aperto con sotto il secchio. In dotazione ho ben due contenitori; uno verde molto grande (dotato di un gemello piccolo per il dosaggio) di circa 30 litri che uso per lavarmi, ed un secchio nero da 20 che uso per lo scarico della toilette; si perche’ ovviamente la vaschetta del WC va riempita ogni volta dato che senza pressione non si riempie da sola.

All’inizio non ero molto accorto nell’utilizzo dell’acqua, dato che usavo quasi tutto il secchio verde e ogni volta che dovevo andare al bagno andavo al piano terra al deposito di acqua piovana. Col tempo ho capito l’importanza del riutilizzo di acqua e soprattutto che si usa tutto. So che adesso i piu’ schizzinosi storceranno al naso e diranno “io non potrei mai farlo” mentre proseguira’ il racconto; beh allora le possibilita’ che avete sono solo due: o restate a casa o vi adattate all’Africa. La prima regola del buon utilizzo dell’acqua e’ che si usa ogni singola goccia; questo non significa non lavarsi, ma nemmeno gettarsi addosso acqua a volonta’: si prende il secchiello piccolo (il gemello di cui sopra) e ci si versa addosso lentamente l’acqua, in questo modo si puo’ risparmiare fino a meta’ del secchio verde (non dover andare a riempire un secchio da trenta litri e poi portarlo su per le scale e’ cosa buona e giusta). Ma il vero riutilizzo avviene con il secchio nero, e dopo giorni di pratica sono diventato un vero maestro. Si parte dal presupposto che il secchio nero serve solo ed esclusivamente per riempire l’acqua del WC quindi posso anche non curarmi della qualita’ dell’acqua con cui lo riempio.

Alla mattina appena ci si alza ci si da una lavata rapida e poi via in barca, ricordandosi di farlo con sotto il secchio nero che raccoglie l’acqua. Prima di uscire ci laviamo i denti e ovviamente tutto quello che viene sputato va nel secchio nero (ecco qui gli schizzinosi potrebbero sentirsi male). Devo sciacquare la bandana per avere la testa fresca mentre esco? Ovviamente non la intingo nel secchio nero (va bene barbaro, ma fino ad un certo punto), ma la bagno e la strizzo sopra il secchio nero. Con questo sistema si possono risparmiare quasi due secchi, ovvero risparmiarsi due viaggi alla cisterna dell’acqua piovana. Alle volte mi chiedo se quando dovro’ farmi la doccia in Italia scendero’ le scale del mio palazzo, e andro’ alla ricerca della cisterna di acqua piovana piu’ vicina o mi ricordero’ di essere cosi’ fortunato da avere l’acqua corrente in casa in ogni momento della giornata…

martedì 17 maggio 2011

I frutti del Karma...

Dopo quasi un mese di lavoro assieme ho maggiore confidenza con Artadji e oggi, complice una piccola discussione con uno dei pescatori, ha espresso il suo disappunto per alcuni tratti dei comoriani. Stamattina la giornata non era cominciata nel migliore dei modi, dato che siamo arrivati tardi. Io mi reputo una persona abbastanza tollerante, ma faccio fatica ad accettare l’idea che si possa fare tardi perche’ bisogna pregare, ma siamo in un paese islamico e siamo in Africa, cosi’ ho inspirato e pensato ai “frutti del Karma”. Artadji si e’ scusato, dicendomi che ha dormito con un suo amico nella stessa stanza, e se all’ora della preghiera si e’ in due non e’ cosa buona pregare da soli, ma bisogna farlo in compagnia. Io ho detto che non e’ un problema la preghiera, ma dato che non ha una parrocchia di riferimento, possiamo alzarci mezz’ora prima e lui puo’ pregare al villaggio di Itsandra ed ha accettato (il karma ha dato i suoi frutti).

L'uscita in barca e' totalmente infruttuosa e come se non bastasse, appena tocchiamo terra, il pescatore ci chiede se per i prossimi giorni possiamo pagarlo un po' di piu' dato che abbiamo effettuato un percorso piu' lungo di quanto lui avesse previsto. Ho preso in disparte gli studenti e gli ho spiegato che non e' possibile discutere ogni settimana dopo aver gia' pattuito il prezzo; io lo so che il pescatore probabilmente guadagna di piu' prendendo pesci ma ha anche giornata piu' semplice. Loro lo prendono in disparte e intuisco dal tono della discussione che anche il proprietrio della barca e' contrariato dalla cosa, evidentemente ci vuole guadagnare di piu'; se fossimo in europa mi alzerei e saluterei cercando un altro pescatore, ma qui non posso farlo. Perche' altrimenti avviene sempre la stessa storia: gli europei prendono in mano la situazione, la sfruttano e lasciano le briciole ai locali, cosa che io non voglio  che accada; quindi decido di rimanere calmo (I frutti del karma), di dimostrarmi accomodante e alla fine cedo ad una leggera maggiorazione sul prezzo, ma ottengo che non si ridiscuta piu' indipendentemente dal tragitto che verra’ percorso; ne esco soddisfatto (il karma da sempre i suoi frutti), e soprattutto Artadji che sembra stia cominciando a capire quanto sia difficile trattare con i suoi stessi paesani se vuoi lavorare nella ricerca.

Mentre torniamo verso il nostro alloggio Artadji che ha preso maggiore confidenza comincia a parlarmi del lato oscuro della mentalita' Comoriana. Prende spunto dalla discussione che ho avuto con il pescatore e mi dice ce solo ora si rende conto di quanto sia difficile lavorare qui in Africa. Non ho nemmeno il tempo di replicare che comincia a parlare come un fiume in piena. Artadji mi confessa che non riuscirebbe a vivere in Europa, ma ci sono delle cose che qui in Africa devono assolutamente cambiare. Quello che Tadji non sopporta e' il fatto che quando uno della famiglia lavora tutti gli altri membri si sentono autorizzati a chiedergli dei soldi; i Comoriani che invece sono all'estero possono spendere questi soldi anche per il loro piacere. Ma questi ultimi secondo lui sono anche un problema. Infatti con i soldi che mandano riescono a sostenere le loro famiglie, tanto che spesso alcuni membri si abituano ad essere dei mantenuti e a non voler fare lavori faticosi, e passano il tempo a chiedere soldi a tutti i parenti. Secondo lui tutto questo deve cambiare, perche' ad esempio lui non sopporterebbe di essere mantenuto, ne di dover dare i soldi del suo lavoro ad altri "aiutare gli altri si, ma troppo no" mi dice alla fine del discorso.

Sto apprezzando sempre di piu' questi ragazzi cresciuti forse in fretta, ma con idee chiare soprattutto sul loro paese. Sanno essere critici se ci sono cose che non vanno e si stanno impegnando per attuare un cambiamento. Gli auguro di veder maturare i frutti del karma...

lunedì 16 maggio 2011

Sogni...

Oggi siamo andati ad Itsandra a cercare una barca e devo dire che la cosa e andata molto meglio. Stavolta sono rimasto leggermente defilato durante le discussioni e abbiamo raggiunto un accordo ragionevole. L’unico problema e’ che dobbiamo muoverci a piedi verso questo villaggio perche’ non credo che riusciremo a trovare un tasporto alle 5 di mattina. Quindi domani la sveglia suona alle 4:30 e poi via a piedi per circa 3 chilometri. Mia madre mi ha detto che ricordero’ questi momenti quando, magari tra 20 anni ci sara’ un Parco Marino, e si potranno prendere le barche comodamente da un molo vicino all’universita’, mentre adesso bisogna farsi un’ora a piedi con tutta l’attrezzatura per arrivare al villaggio. Evviva la ricerca sul campo…

Questa volta ci ha accompagnato un amico di Artadji che proviene proprio da Itsandra e dopo la discussione con i pescatori allunghiamo il nostro viaggio di ritorno perche’ ha deciso che devo conoscere la sua famiglia e non vuole sentire altre ragioni. Cedo senza troppe resistenze e arriviamo alla sua casa ed e’ un pugno in faccia che non dimentichero’ facilmente. Incastrata tra il palazzo del Presidente dell’Unione delle Comore e la villa di un Industriale c’e’ una piccola casa di lamiera, composta da tre locali divisi da tendaggi e logore pareti di compensato, e appena ci avviciniamo la prima cosa che sento e’ una voce di donna che pronuncia “Karibu” e io non posso fare a meno di rispondere “Sterele”. Esce dal tendaggio una donna minuta, asciutta, dai lineamenti segnati dal sole, che mi guarda con occhi profondi mentre io mi inchino a mani giunte chiedendo “Quesi”; lei sorride e prende le mie mani nelle sue e appoggiandole sulla mia fronte mi benedice (“Mbona”) con la sua baraka e mi fa entrare.

Pone di fronte a me un piatto di cassava con patate e del manzo. Ringrazio e ne prendo qualche boccone e mentre stiamo mangiando l’amico di Artadji mi parla di se, della sua vita, della sua famiglia. Suo padre lo ha abbandonato quando lui era piccolo e per un po’ sua madre gli ha detto che era morto, ma per lui la cosa non ha piu’ importanza; lui adesso ha un obiettivo, quello di cercare di crescere professionalmente e magari cercare un dottorato all’estero per poi tornare e aiutare il suo paese. Mentre mangiamo e’ un fiume in piena; parla con una tale energia dei suoi desideri, dei suoi sogni che sembrano che siano attorno a noi e lui li stia gia’ afferrando. Adesso mi rendo conto delle difficolta’ con cui vivono questi ragazzi, cresciuti spesso in fretta. Quasi tutti gli studenti che stanno facendo adesso il Master in Biodiversita’ (tra l’altro ho scoperto che e’ il primo master che ha fatto la neonata universita’ delle Comore) vengono da famiglie che in Italia definiremo problematiche e disagiate; pensate come si puo’ definire qualcuno di disagiato in Africa: io non ho trovato un termine, se voi ne avete uno ditemelo.

Ognuno di questi ragazzi ha passato l’universita’ studiando come un matto per avere la possibilita’ di accedere a delle borse di studio perche’ altrimenti non potevano ovviamente permettersi la retta e questi studenti sono stati selezionati tramite un concorso in tutta la facolta’: sono il meglio che l’universita’ puo’ offrire. Stanno cercando di fare il meglio che possono con dei mezzi di fortuna, affrontando mille difficolta’, con dalla loro una forza e una voglia di riuscire inesauribile; una frase che mi ripetono spesso e’: “Se qualcuno in qualche parte del mondo ci e’ riuscito, perche’ io non devo riuscirci?”. Gia’, “perché?” mi sono chiesto anche io.

Finiamo di mangiare e ringrazio calorosamente questa donna che ha cresciuto da sola suo figlio in Africa e che quando me ne parla sento, giustamente, tutto l’orgoglio di una madre; perché vede che suo figlio ce la puo’ fare. Quanta forza vedo in lei mentre mi guarda con dolcezza e quanta ne ho visto nelle donne, madri, mogli, nonne che ho osservato qui in Africa. Mentre torniamo mi fermo a guardare il mare e mentre sul mio viso si appoggia il sole del meriggio guardo a nord ovest verso casa mia. Rivedere da qui i propri desideri e i propri sogni, alla luce di quello che succede qui in Africa, ne fa sembrare alcuni cosi’ piccoli e miseri che alle volte vorresti non averli mai avuti. Si, credo che mi ricordero’ dell’Africa tra 20 anni, quando magari avranno fatto il Parco Marino e si potra’ prendere la barca comodamente da un molo davanti all’universita’…

domenica 15 maggio 2011

Sounds Good...

Oggi dopo una mattinata di riposo io e Artadji abbiamo fatto un giro al porto per trovare una barca per la nostra prossima settimana di osservazioni. Effettuando la ricerca itinerante ogni settimana bisogna trovare il mezzo ed il luogo per dormire. ma la prossima settimana sono fortunato dato che la zona di indagine e' vicino alla capitale, quindi dormiro' al centro ricerche almeno per questa settimana, mentre la prossima si sale verso nord.

Appena arriviamo ci accoglie un fortissimo odore di pesce e cominciamo a parlare con i pescatori ma non sembrano molto intenzionati a noleggiarci la loro barca. Ho come un presentimento, sento oggi non combineremo nulla di buono. intuisco subito che sono io il problema; i pescatori appena vedono un muzungu pensano che sia ricco e quindi sparano immediatamente delle cifre altissime, e come se cio' non bastasse cominciano a fare cartello, in modo tale che il prezzo sia sempre lo stesso.Dopo una mezz'ora di estenuanti trattative siamo quasi riusciti ad arrivare alla meta' del prezzo iniziale che e' comunque troppo elevato rispetto a quanto pagato nelle settimane precedenti. Facciamo un'ultima offerta e poi ce ne andiamo lasciando che la notti porti consiglio.

Confesso che sono un pochino arabbiato perche' non siamo riusciti a concludere niente perdendo solo tempo, ma poi riflettendoci mi rendo conto che non e' colpa loro, non sono degli avidi, anche se comunque e' chiaro che cercano di sfruttare al meglio l'occasione. Loro si basano sul pesce che normalmente prendono e che vendono e quindi tolte le spese devono arrivargli in tasca almeno quei soldi. Il loro primo pensiero e' non rimetterci e poi riuscire ad avere il margine di guadagno piu' elevato possibile con uno sforzo minimo rispetto ad una giornata di pesca che con i loro mezzi deve essere veramente dura. Per non trovarci in difficolta' optiamo per una visita sulla costa ad un altro villaggio per il giorno successivo, magari con maggiore fortuna.

Postilla della sera. Dopo settimane di pesce stasera mi sono preso una bella bistecca (di manzo ovviamente) alla brace con patate fritte. Ma il pezzo forte a cui non ho saputo resistere e' stata la bevanda che ho visto dentro al frigo: birra. Voi direte "bella forza"; errore perche' il ristorante ha non comunissima birra in lattina, ma una vera a propria birra Heineken in bottiglia. Appena arriva il cameriere mi porge l'apribottiglie (credo che i musulmani osservanti non possano nemmeno rischiare di essere toccati dagli alcolici) e lo sfrigolio dell'anidride carbonica che esce da sotto il tappo metallico mi provoca un brivido lungo la schiena. Osservo il cielo mentre la sollevo e dedico un brindisi a tutti voi, vicini e lontani, che seguite le mie avventure su questo blog. Batto sul tavolo e poi bevo rigorosamente a canna un bel sorso. E' ghiacciata, temperatura perfetta con la calura equatoriale e quando la appoggio sul tavolo non posso fare a meno di pensare "Sounds Good"...

 P.S.
Vi avevo parlato all'inizio del mio compagno di ricerche, ovvero il gorilla pugile. Ecco una sua foto. Occhio che e' abbastanza irascibile, quindi non lo stuzzicate se lo vedete in giro

sabato 14 maggio 2011

Namascar e il mercante di pietre...

Qui alle Comore esiste un unico operatore telefonico(HURI) che sembra non abbia nessuna forma di roaming possibile con gli operatori italiani pertanto l’unico modo che ho vuto per poter comunicare con l’Italia e’ stato attivare una sim locale. La parte divertente riguarda la ricarica della scheda. Qui non esistono i negozi di telefonia o i tabaccai dove puoi acquistare la ricarica, e nemmeno credo sia possibile una ricarica via internet. O vai in uno dei punti del ministero delle telecomunicazioni ad acquistare una tessera per ricaricare il credito oppure vai in un qualunque negozio e chiedi se ti possono ricaricare il cellulare. Infatti qui alle Comore esiste la possibilita’ di poter trasferire una parte del proprio credito ad un altro cellulare.

Poco dopo il mio arrivo ho trovato il mio punto di ricarica settimanale. E’ un grande negozio, situato in una delle piazze principali del paese vicino ad una grande moschea bianca. Mi colpi’ subito per le sue vetrine (pochi negozi hanno i vetri, al massimo delle inferriate), l’ordine con cui veniva esposta la merce ma soprattuto per una grande immagine di Ganesha (il dio elefante induista) che torreggiava sopra lo stipite della porta. Incuriosito entrai e subito feci un piccolo inchino a mani giunte verso il padrone del negozio pronunciando “Namascar”; perche’ il proprietario del negozio e’ indiano ed e’ un mercante di pietre…

“Namascar” e’ un bellissimo saluto indiano con un profondo significato spirituale. Secondo la religione induista quando nasciamo la nostra anima possiede l’”Atman”, o soffio vitale che in realta’ e’ molto di piu’: e’ una scintilla dell’infinito che fluisce dentro di noi. Quando due anime si incontrano si salutano con “Namascar” che significa “saluto il divino che e’ dentro di te”. Resto sempre piacevolmente sorpreso dai modi profondi ed intensi che hanno altre culture per salutarsi, soprattutto se confrontati con il nostro asettico buongiorno…

Oramai sono una presenza abituale nel suo negozio. E’ un omone grande e grosso, e veste sempre in modo molto elegante ma all’occidentale; e’ arrivato qui anni fa Delhi assieme a sua moglie che indossa sempre con straordinaria eleganza il “Sari” con svariati gioielli (orecchini, bracciali, cavigliere) finemente cesellati. Quando arrivo spesso facciamo due chiacchiere e quando gli ho chiesto se vendeva gioielli anche in India lui mi ha spiegato che la sua famiglia commercia in pietre da generazioni e lui non e’ un gioielliere, mestiere onorevole, ma che sa troppo di bottegaio, di commerciante, non di intenditore. Lui infatti mi guarda con una punta di malcelato orgoglio mentre mi corregge e mi dice che lui, come suo padre, e suo padre prima di lui, e’ un mercante di pietre. Noto infatti un libro sulla sua scrivania vicino ad una scultura in oro di Khrisna; sulla copertina non c’e’ nessun titolo, ma sfogliandolo capisco tutto. E’ un catalogo di pietre preziose, alcune con valore decisamente elevato (parliamo di decine di migliaia di dollari).

Volevo chiedergli se qualcuno viene qui e compra quelle pietre, dato che siamo in un paese poverissimo ma la risposta e’ arrivata la settimana successiva. Mentre entravo nel negozio ho visto parcheggiata vicino alla piazza una mercedes con vetri oscurati. Quando sono entrato c’era solo sua moglie che e’ andata nel retro bottega a chiamare suo marito. Dopo l’acquisto del credito per il cellulare si e’ scusato perche’ non poteva trattenersi, aveva un cliente molto importante. Ho intuito che fosse qualcuno che voleva acquistare una delle pietre preziose che avevo visto nel suo catalogo. Ho detto che non c’era nessun problema e mi sono inchinato a mani giunte verso il mercante di pietre e abbiamo pronunciato assieme “Namascar”…

Fast and Furious!

Come vi avevo detto qualche giorno fa ecco il racconto del viaggio per andare al villaggio di Bangua.  Per questa destinazione non si prende il bus, ma una macchina, che non fa fermate intermedie. Perfetto penso, per la prima volta faro’ un viaggio normale ma gia’ sento la mia baraka ridere di fronte a questo pensiero…

La piazzola di sosta delle macchine che partono per i villaggi e’ un parcheggio abbastanza anonimo in cui il guidatore arriva, toglie le chiavi dalla macchina, urla la sua destinazione e mentre va a prendersi qualcosa da bere il mezzo si riempie e quando l’autista torna parte. Appena arriva comincia il tetris perche’ l’ACC (Automobile Club Comoriano) non pone limite al numero delle persone che un veicolo a motore puo’ trasportare e pertanto alla fine siamo in 8 passeggeri disposti in questa maniera. Di fianco al guidatore Tadji e un altro persona, mentre dietro siamo in 5. Dato che sono grande e grosso ho il privilegio del sedile e sopra di me si siede un altro passeggero, poco importa se ci si conosce o meno, c’e’ tutto il viaggio per diventare amici.

Ma ecco che arriva il guidatore: un tamarro africano di ultima generazione che appena avvia il motore dalla radio parte a tutto volume rap arabo che il nostro autista mima come fosse Eminem o Notorius B.I.G. e sgomma come in Fast and Furious. Il viaggio si preannuncia abbastanza avventuroso quando intuisco una cosa; sembra che tra i guidatori correre sia una prassi consolidata data da questa semplice equazione: piu’ veloce vai, piu’ persone porti e quindi piu’ soldi guadagni. Ecco quindi che il nostro guidatore comincia a gareggiare con un suo collega altrettanto tamarro. I due contendenti cercano il sorpasso continuo suonandosi e sbeffeggiandosi a vicenda e la gente nelle macchine contribuisce agli insulti, mentre io sono raggelato dalla paura. Sono notoriamente un fifone per le alte velocita’ e potete immaginare come mi sento quando vedo il tachimetro toccare quota 100 km/h in una strada africana senza illuminazione; ogni buca puo’ essere la tua ultima…

Mi assale un dubbio; il mio guidatore o e’ un pazzo all’ultimo stadio o e’ la reincarnazione di Jacky Ickx (Papi ti rubo questa espressione) ma considerando che sorpassa con precisione millimetrica o inchioda 10 cm prima di ogni buca propendo per la seconda ipotesi e mi rassicuro un po’ (ma non troppo). Ed infatti ecco che il meglio arriva quando il nostro guidatore 250 FC (Franchi Comoriani; l’equivalente al cambio del rapper 50 Cents $) gioca la carta del rally.

Situazione della corsa: siamo secondi senza possibilita’ di sorpasso dato che sta arrivando un camion. Improvvisamente tutti rallentiamo per buche sulla strada, ma ecco il colpo da maestro. Il nostro autista cambia grattando di brutto e scatta a sinistra verso un piccolo slargo vicino alla giungla e cosi’ facendo costringe il camion ad invadere la corsia di marcia opposta. II nostro avversario di fronte ai fari e al clacson tonante del camion non puo’ fare altro che mettere la retro ed indietreggiare imprecando verso di noi. Ed e’ qui che 250 FC infila il rettilineo a tutto gas per una sfolgorante vittoria tra le urla di scherno e giubilo dei passeggeri, mentre io ringrazio silenziosamente Allah (in questa parte di Africa siamo sotto la sua giurisdizione) per essere ancora vivo.

Mentre camminiamo ho modo di sgranchirmi le articolazioni indolenzite e faccio notare ad Artadji che in Italia le auto sono omologate per 4 o 5 posti. Lui mi guarda e mi risponde che anche qui il massimo numero di persone per legge e’ 5 persone per macchina. Stupito gli chiedo “Come e’ possibile che fossimo in 8 persone? Se trovavamo un poliziotto ci dava la multa?”. Tadji sorride mentre mi risponde “Nessuna multa. Avrebbe fatto scendere le persone in piu’. Il guidatore poi avrebbe fatto 500 metri e parcheggiato a fari spenti lungo la strada in attesa dell’arrivo delle persone che superato il posto di blocco a piedi sarebbero risalite”. Commentate da voi a piacere…

venerdì 13 maggio 2011

Venerdi' 13...

Dopo la giornata di ieri penso sia meglio non rischiare e optiamo per un ritorno ai nostri alloggi in capitale. Alla partenza scopro con mio stupore che sono tutti alla porta per sapere come sto. La notizia che ho avuto qualche problema si e’ diffusa in tutto il villaggio e in molti sono venuti a vedere se sto bene. Ma la cosa incredibile e’ il governatore; mi dice che al villaggio saro’ sempre il benvenuto in qualunque momento del giorno e della notte. Spesso ho sentito questo calore, questo affetto e ogni volta e’ una sorpresa. Non penso di essere molto presente nella vita delle persone che conosco e non credo di dare cosi’ tanto rispetto a quello che ricevo e che ho ricevuto da tutti quelli con cui ho condiviso una parte del cammino della vita…

Lungo il viaggio di ritorno mi viene in mente che giorno e’ oggi: venerdi’ 13! Comincio a temere che qualcosa prima della fine non andra’ per il verso giusto. Il viaggio di ritorno e’ piacevole e senza scossoni. Il nostro guidatore e’ stranamente tranquillo, forse non e’ molto avido oppure e’ molto assonnato e vuole evitare incidenti. Fatto sta che giungiamo al centro ricerche in mattinata e qui dopo aver sistemato lo zaino scopro che qualcosa e’ non quadra: mi hanno cambiato il letto! Urlo di gioia per la scoperta, finalmente non dormiro’ piu’ in diagonale e vi spiego per bene il motivo.

Circa venti giorni fa mentre mi giravo nel letto una delle gambe del letto ha ceduto all’improvviso sotto il mio peso (non sono proprio un fuscello). Come soluzione di fortuna non ho trovato di meglio che andare a prendere un paio di forati in giardino e usarli come gamba del letto. Ovviamente non erano proprio della stessa altezza delle altre e quindi per riuscire a dormire mi mettevo in diagonale. Ho chiesto che mi venisse, non dico cambiato, ma almeno riparato il letto: mi hanno risposto che avrebbero chiamato un falegname appena possibile; dopo la prima settimana mi sono abituato a dormire in diagonale e quindi nemmeno ho piu’ chiesto nulla. Ma oggi noto che mi hanno cambiato il letto e ha provveduto la mia mamma comoriana. Parlando con il custode scopro che lei ha domandato piu’ volte che il letto fosse sostituito. Certo non e’ un letto nuovo di zecca, ma almeno e’ tutto alla stessa altezza e non devo piu’ dormire in diagonale…

Al pomeriggio mi dovevo incontrare con Artadji per analizzare alcuni dati ma scopro che il venerdi’ 13 ha colpito lui e non me. Mi manda un messaggio dicendomi che non sta molto bene, dato che ha gia’ avuto ben 3 attacchi di diarrea. Rimango stupito, dato che abbiamo mangiato le stesse cose e se avessi scommesso avrei sicuramente puntato su di me come miglior candidato alla diarrea. Superato lo sconcerto iniziale gli rispondo che non c’e’ problema e che se vuole aiuto ho una fornita farmacia…

giovedì 12 maggio 2011

Cantami o Diva... (ABAB)

Cantami o Diva del Pelato Marco
La giornata infausta
Che il giorno prima il cibo non fu parco
E per lui la notte fu movimentata

Pensava di sistemare tutta l’attrezzatura
Prima della cena, e’ la cosa migliore
E dopo un pasto senza alcuna misura
Si recò a letto prima della fine del chiarore

Ma dopo un’ora tutto cambio’
Si sveglio’ in preda a sussulto addominale
Ando’ in bagno e subito evacuo’
Pensando fosse terminata la pugna intestinale

Ma qui Artadji gli venne a memento
“…se troppi nkudu mangerai…”
Quante banane ora rammento!
“ … di corsa alla toilette tu andrai…”

Immagino’ che tutto fosse finito
Adesso dormo, il nostro eroe penso’
Ma agli dei questo non era gradito
E per buona parte della notte il soffitto fisso’

Verso le due Morfeo lo chiamo’
Finalmente riposo, il momento e’ giunto
Il nostro pelato si addormento’
Ma ecco alle cinque del muezzin il canto

Sono uno straccio ma bisogna andare
Stoico l’eroe fino allo stremo
Per la ricerca mi voglio immolare
Ed ecco al porto finalmente giungemmo

Mattinata perfetta, delfini ovunque
Foto, suoni, e nemmeno piove
Ma al ritorno l’intestino brontola e dunque
Lesto il ritorno a casa e se non dove

Arrivo, attracco e via ordunque
Tutti in carrozza parte l’espresso
Evito ostacoli sorpasso chiunque
E appena arrivo benedico il cesso

Oramai e’ deciso oggi niente barca
Tutta la giornata la voglio di riposo
La cena’ sara’ molto parca
Perche’ saltare il pranzo fu doveroso

La giornata e’ finita, mi sono arreso
Che eroe fallito cadde quindi a maggio
Ma una morale ho appreso
Ascolta sempre gli abitanti del villaggio…

mercoledì 11 maggio 2011

Passatempi...

Oggi il tempo non ci ha permesso di poter compiere la nostra consueta uscita pomeridiana e allora abbiamo fatto due passi con il governatore per il villaggio. Mi ha molto impressionato: e’ giovane (non credo abbia nemmeno 40 anni) ma ha una carica inesauribile; ha una parola per chiunque e quando sta parlando con la gente il suo telefono squilla e lui lo spegne. Resto stupito da tale gesto e lui mi fa notare che e’ stato eletto dalla gente e appena può deve ascoltare i problemi delle persone, non quello che gli chiedono dalla capitale; proprio come spesso succede in Italia…

Grazie alla sua presenza mi avvicino timidamente al tavolo del domino e dopo qualche giro sono invitato a fare un partita. Il gioco in se e semplice: ogni giocatore ha 7 tessere a disposizione e bisogna cercare di piazzarle tutte sul tavolo; chi per primo finisce “mangia” tute le altre tessere e si calcolano i punti. Ma e’ nella sua semplicità che il gioco rivela la sua metà oscura…

Giocando in coppia, per prima cosa devi favorire il tuo compagno a scapito degli avversari. Bisogna memorizzare tutte le tessere, quali sono scese e quali potrebbero essere in mano ai tuoi avversari per poter così bloccare il loro gioco, cercando di tenere le tessere con punteggio più alto da donare al tuo compagno. Un vero gioco di strategia, ma più d’ogni altra cosa e’ una vera e propria sfida di nervi. Le tessere, infatti, si battono sul tavolo con violenza, cercando di fare il maggior rumore possibile. Le prime battute del gioco di solito regalano colpi di media intensità finché uno dei giocatori e’ costretto a passare. In quel momento avviene il cambio di registro: il tuo avversario ti guarda negli occhi con macerata superiorità e urta il tavolo con la sua tessera con una violenza tale da farlo quasi ribaltare (adesso capisco perché il tavolo e’ un tutt’uno con le sedie, per evitare che tutto cada). Se il tuo compagno non cede e ribatte anche lui con altrettanta violenza allora i colpi si susseguono serrati fino alla fine. Ma se anche il tuo compagno ha il gioco bloccato allora ad ogni urto della tessera sul tavolo seguono anche le urla: un vero massacro ludico che porta all’inevitabile sconfitta, come quella che ha subito il sottoscritto…



Mesto me ne sto tornando a casa quando la mia baraka mi dona due momenti di gloria. Svoltato l’angolo sento provenire da una casa un inconfondibile tempo in quattro quarti rock di una batteria. Quasi non ci credo e quando faccio notare al governatore che so un po’ suonare lo strumento lui non ci crede molto e decide che lo devo dimostrare. Entriamo in quella che sembra una sgangheratissima sala prove e mi commuovo quando in uno sperduto villaggio africano vedo una batteria Tama tarlata, semidistrutti amplificatori e una Fender Stratocaster senza 2 corde. Ma non mi perdo d’animo, mi siedo e dopo anni qui, in Africa suono. Per circa 10 minuti non sono in Africa, sono in una sala prove e c’e’ solo la musica e tutto il villaggio viene a vedere il muzungu che suona…

Soddisfatto esco ma la giornata mi regala un'altra perla. Scopro che vicino alla casa dove dormiamo c’e’ un calcetto balilla e non posso resistere. Il fondo e’ completamente scrostato, con buche e rappresenta degnamente un campo di calcio africano, tutto sconnesso. Gli omini sono di ferro, plastica, alcuni sostituiti con un bastoncino di legno e le palline sono delle biglie di vetro, di ferro o alcuni piccoli sassi arrotondati, ma e’ magnifico. Ammetto che gioco un pochino sporco (faccio qualche gancio, ma loro praticano il girello) e l’ultima partita la vinciamo 10-0. Non ho il coraggio di dirgli che in Italia si passa sotto il calcetto…

martedì 10 maggio 2011

Capitan Washewo!

Oggi si ricomincia in barca. Sveglia come sempre alle 05:00 con il muezzin e poi si arriva al porto dove ecco la flotta di barche da pesca: una trentina di barche di circa 5-6 metri a motore e altrettante piroghe a remi per un solo scivolo di pietra, in cui ti metti in coda e attendi il tuo turno per prendere il mare. Dato che noi non abbiamo necessita’ particolari di ufficio ci viene affidato l’ultimo posto e quando arriva il nostro momento ci lanciamo, perche’ il modo in cui si prende il mare e’ il seguente.

Ti prepari ai lati della barca come nel bob a 4 e attendi che arrivi un’onda abbastanza lunga che gunga fino allo scivolo; appena l’onda sta per ritirarsi il capitano urla “Narende” (andiamo) e dopo una piccola spinta salti dentro alla barca e lasci che l'acqua ritraendosi ti trascini in mare. Il capitano e’ un ometto piccolo, tarchiato con due fossette al posto degli occhi. Dopo alcune buone osservazioni il mare comincia un po’ ad ingrossarsi e allora decidiamo che e’ meglio ritornare al villaggio. Avere le onde contrarie non e’ proprio il massimo, ed alla prima che prendiamo in pieno di prua la barca fa un bel volo e mi scappa un involontario e liberatorio urlo da cow-boy. Il nostro capitano pensa che la cosa mi piaccia e allora decide di prendere quante ne puo’. Praticamente il ritorno si trasforma in un rodeo, anzi meglio e’ come fare rafting, solo che lo fai con onde di oceano alte un metro con una barca fatta di misto legno e vetroresina senza nessun dotazione di sicurezza. All’ennesima onda mi viene in mente quale parola comoriana identifichera’ il mio capitano per tutta la settimana ed e’ “Washewo”, termine che indica una persona o una situazione assolutamente cool! Appena esclamo “Capitan Washewo!” esplode in una risata roboante piu’ forte del rumore del motore; e’ in quel momento che sento i piedi bagnati e scopro con terrore che tutto questo movimento ha provato non poco la chiglia, dato che cominciamo ad imbarcare acqua…

Ammetto che non ho temuto per la mia persona, reputandomi un discreto nuotatore; quello che temevo era l’idea di veder perire tra i flutti l’attrezzatura elettronica del valore di migliaia di euro. Ma nulla sembra scuotere il mio capitano, che con calma olimpica si arma di “sessola” (tipo di spatola)  e comincia a svuotare la barca, ma il porto e’ vicino e qui il gioco si fa piu’ difficile dell’andata. Adesso bisogna sempre cavalcare un’onda lunga ( se la prendi corta finisci sugli scogli e addio barca), ma adesso ti prepari a prua, perche’ appena l’onda con la spinta ti porta sullo scivolo salti giu’ e tieni la barca che altrimenti scapperebbe in mare. Quando poi l'imbarcazione e’ salda sullo scivolo la trascini ovviamente a mano lungo fino al suo parcheggio. A fine mattinata sono morto di fame e di fatica ed il capitano ci dice che al pomeriggio deve sistemare la chiglia della barca e quindi usciamo domani mattina: non so perche’ ma lo sospettavo.

Mentre stiamo andando verso casa ho troppa fame e decido di prendere subito qualcosa e al primo negozio compro un pacco di biscotti senza preoccuparmi del gusto. appena li ho in mano scarto avidamente la confezione e appena ne mangio uno la lingua si raggrinzisce. Guardo il gusto sulla confezione e capisco immediatamente: e’ mango. Guardo Artadji ed esclamo “Mango… Why Mango?”.

lunedì 9 maggio 2011

Bangua... il paese dei Guguru

Oggi si parte verso Bangua, un villaggio di pescatori. Tadji mi ha gia’ parlato di questo posto. Sembra essere il piu’ importante villaggio di pescatori di tutto il paese, una sorta di Mazara del Vallo in salsa comoriana, e mi mette subito in guardia su una cosa: sembra che le persone di quel villaggio siano particolarmente dure, un po’ volgari, schiette e pronte anche a menare le mani (non so perche’ ma mi vengono in mente i livornesi) e dopo una pausa mi dice “Sono dei Guguru!”. Giuro che rimango affascinato dalla parola che mi fa pensare ad un’antica etnia che non si e’ mai voluta sottomettere ai sultani Shiraziti del luogo; mi riporta invece alla relta’ dicendomi che e’ una parola comoriana che sta ad indicare una persona che non accetta altra volonta’ che non sia la sua, che non discute ne ragiona. Ecco dopo queste parole gia’ mi vedo coinvolto in una rissa se non sto attento a come mi esprimo...

Ma prima di andare bisogna andare a parlare subito con l’autorita’ del villaggio che si trova a Moroni. Mi suona alquanto strano dato che di solito il capovillaggio si trova in paese. Non mi faccio domande e seguo Artadji e arriviamo davanti ad una delle sedi del parlamento al che chiedo “Ma il capovillaggio lavora qui?” e Tadji “Beh si, dato che e’ uno dei consiglieri del presidente”. O cacchio penso, sono vestito in tenuta da campo e non certo nel migliore dei modi per incontrare un parlamentare. Ma siamo in Africa e non credo che si formalizzera’. Ci riceve in un grande salone ed ha un piglio molto deciso. Spieghiamo l’attivita’ che vogliamo svolgere nel suo villaggio e lui ne e’ cosi’ entusiasta che ci invita nella sua casa per tutta la settimana. Quando usciamo quasi non ci credo e richiedo per sicurezza “Scusa Artadji correggimi se sbaglio; andremo a dormire per una settimana in casa di un governatore di una regione che e’ anche un parlamentare? (in Africa non credo che esista un concetto di conflitto di interessi)” e lui tranquillo “Esatto”; come se io andassi da uno dei governatori nostrani gli dico che faccio ricerca nella sua regione e lui tutto contento mi invita a casa sua per una settimana: proprio uguale. Certo che questo e’ un enorme salto di qualita’ dato che siamo passati da una tenda in una casa non finita, ad una casa con tetto in lamiera ed adesso una vera casa dove abbiamo a disposizione la camera degli ospiti; sento che in tutto questo ci potrebbe essere di mezzo la mia baraka. Infatti ho un pensiero malsano: considerando che il prossimo posto dove dobbiamo fare ricerca e’ Itsandra, dove c’e’ la residenza del presidente di tutto l’arcipelago, potremo provare a chiedere se ci puo’ ospitare…

Per arrivare al villaggio si prende una macchina, ma a questo viaggio dedichero’ un racconto a parte. Quando arriviamo al villaggio lo troviamo immerso nell’ennesimo black-out, ma Artadji mi racconta questa amena storiella. Al villaggio solo poche persone hanno effettuato l’allacciamento dell’energia elettrica per poi dividerla con i vicini meno abbienti, di solito ogni casa fornisce energia anche ad altre sette otto famiglie. Questo ovviamente genera un sovraccarico nella centralina e seguente interruzione di corrente. La societa’ che gestisce l’energia elettrica e’ arrivata al villaggio per tagliare i fruitori abusivi e per far capire che devono installarsi un contatore altrimenti c’e’ sovraccarico. Gli abitanti del villaggio non hanno sentito ragioni. Per loro dato che ci sono i pali della luce allora deve esserci corrente, non ammettono discussioni e hanno cacciato in malo modo gli operai tanto che adesso quando devono andare in paese per fare delle manutenzioni chiamano la polizia per farsi scortare. La soluzione che ha adottato la compagnia elettrica e’ a dir poco salomonica. Se tu non paghi per l’istallazione allora io ti interrompo l’energia elettrica, quindi chi puo’ si compra un generatore di corrente a benzina. Tadji fa un sospiro di rassegnazione mentre pronuncia nuovamente “Guguru”…

domenica 8 maggio 2011

La festa della Mamma…

Questa mattina, con una splendida giornata di sole io e il mio studente decidiamo di darci alla vacanza, quello che di solito si fa ai tropici; spiaggia, mare e sole. Prendo tutto l’equipaggiamento necessario ed eccoci dopo una bella camminata di 30 minuti (ho scoperto che cosa accomuna africani e veneziani: entrambi nella loro vita fanno chilometri su chilometri a piedi) ad Itsandra, villaggio con una magnifica spiaggia di sabbia bianca con ben due campi da beach volley. Nemmeno il tempo di appoggiare lo roba e sono gia’ in acqua; i coralli sono proprio sotto costa, e sebbene sono siano molto invitanti faccio comunque qualche foto. Torno e mentre mi asciugo sento un sospetto bruciore alla schiena; temo di non essermi messo sufficiente crema solare e la mia biancastra pelle da muzungu comincia a risentirne.

Dopo una mattinata molto intensa raggiungo il mio alloggio morto di fame e decido di prendere un succoso chikenburgher special da Nassib (niente maiale da queste parti) e nell’attesa getto un occhio distratto alla televisione accesa. Il film ha un che di familiare e appena vedo apparire Wesley Snipes (non il guidatore pazzo del bus, ma l’attore) in tenuta tamarrosa da cattivo chi potrebbe essere l’altro attore se non Sylvester Stallone? Di li a poco capisco che sto guardando Demolition Man, tripudio di esplosioni, botte e sparatorie anni prima di XXX con Vincenzo Gasolio (Vin Diesel), insuperato capolavoro del genere. Dopo un paio di scene siamo gia’ ad un sparatoria con inseguimento multiplo e come nelle migliori tradizioni ecco la pubblicita’.

In quel momento getto un occhio al calendario e noto che e’ l’8 maggio. Colgo l’occasione per fare gli auguri a tutte le mamme del mondo dall’equatore. So che quando lo leggerete sara’ in ritardo di almeno una settimana, ma aggiornare un blog giorno per giorno in africa e’ missione impossibile…

sabato 7 maggio 2011

Passi...

Oggi complice il recupero di alcuni documenti all’università’ ho fatto una lunga passeggiata senza Artadji con la compagnia della musica e devo dire che mi ha fatto molto bene. Avevo voglia e necessità di svuotare la mente, fissare l’oceano e non avere nessun pensiero. Mi sono messo le cuffiette sulle orecchie e via per la città un passo dopo l’altro. La cosa che più mi diverte e’ vedere la faccia che fa la gente nel vedere un muzungu che cammina da solo senza una guida locale. Adoro il piacevole evocativo effetto che ha la musica sul nostro umore e sul nostro modo di vedere il mondo che ci circonda. Vedere persone su macchine sgangherate immerse in un traffico degno dell’ora di punta a Milano con in sottofondo “Let’s twist again” mi fa sorridere e non poco.

Poco dopo meta’ mattina arrivo all’universita’ e quando arrivo in segreteria scopro che l’ufficio e’ chiuso e la segretaria e’ ancora ammalata. Vabbe’ poco male mi dico, mi faro’ un bel giro per il mercato. Passo al Wolo Wolo, il piu’ grande mercato della citta’. Il mercato ei estende su un enorme spiazzo dove si diramano un dedalo di piccole strade tra i tappetini e gli ombrelloni dei commercianti; all’interno urla, suoni, colori odori che devo dire mi stordiscono abbastanza e decido di tornare verso il mio appartamento dato che il sole sta salendo pericolosamente per la mia pelle bianca.

Mentre torno indietro mi fermo al porto dove c’e’ ombra per rinfrescarmi, il sole e’ quasi allo zenith ma fortunatamente non manca molto. Trovo una panchina di pietra sotto molti alberi e di fronte a me c’e’ solo il blu profondo dell’Oceano Indiano. Il DJ casuale del mio lettore mp3 mi regala “Society” di Eddie Vedder. Non sto riflettendo a nulla di particolare, mille pensieri si confondono con le urla dei venditori di pesce appena preso, le grida dei bambini, le chiacchiere di chi e’ seduto vicino a me. Ma in questo momento respiro con calma e’ di fronte a me c’e’ solo Oceano, il resto e’ rumore indistinto…

venerdì 6 maggio 2011

Marco ... telefono ... casa ...

Oggi siamo rientrati dal villaggio di Itzunzu e dopo quasi una settimana posso comunicare con il mondo, dato che in questo villaggio di circa 200 persone non funziona ne' il cellulare ne' la linea telefonica. Per 4 giorni non ho potuto comunicare con l'esterno e ho passato con gli abitanti del villaggio le il tempo cercando di calarmi nella loro vita di tutti i giorni.

Dopo l’osservazione dell’alba di solito faccio un giretto per la piazza e faccio due chiacchiere con la gente del villaggio in piazza unico luogo dove recuperare informazioni dato che qui non esiste nessuna edicola. Ma come fare? Semplice, ogni macchina che passa, pulmino o camion porta qualcosa con se oltre al suo carico di merci e persone; porta parole. Per cui ci sono mille versioni della stessa notizia essendoci un enorme telefono senza fili senza capo ne coda. Ma tutto questo passa rapidamente: Bin Laden lo hanno ucciso? E’ successo gia’ una settimana fa e chi se lo ricorda. In questi giorni ho visto da un’altra angolazione le mie giornate che di solito trascorro in Europa e osservavo le differenze che sono ovviamente notevoli. Nel mio quotidiano cerco di essere consapevole dei fatti che accadono attorno a me e alle volte cerco di rendermi attivo in cause civili che reputo importanti per la comunita’ (ad esempio il referendum per l’acqua pubblica). Ma da qui, dal loro punto di vista qual’e’ il senso di essere consapevoli del conflitto Arabo-Israeliano? Anche la Libia vista da qui sembra che sia in un altro pianeta, nessuno ne parla, al massimo si fanno alcune considerazioni in chiave antifrancese, ma poi tutto si esaurisce, questione di priorita’ credo…

Dopo pranzo prima di andare a fare osservazione resto con i ragazzi a giocare a domino. I giovani qui lavorano come agricoltori (raccolgono frutta), pescano, oppure scappano nella capitale in cerca di opportunita’ diverse; come dargli torto, qui per loro non esiste nessun futuro diverso se non quello gia’ descritto sopra. Quelli che rimangono qui, quando finiscono di lavorare arrivano in piazza e parlano, giocano a domino, passeggiano, pregano ed aspettano che il giorno finisca per poi ricominciare nuovamente; attendono che il tempo passi senza poter riuscire ad afferrarlo. Quando torniamo indietro lungo il tragitto vedo un sacco di bambini che con le loro logore cartelle tornano a casa attraverso la foresta e penso al loro possibile futuro e mi viene una profonda tristezza data da un enorme impotenza. Sono qui per cercare di cambiare le cose, inserito in uno delle decine di progetti di cooperazione e sviluppo ma credo che ci vorra’ tanto, temo troppo, tempo…

Tutti questi pensieri svaniscono come neve al sole quando per terra, alla stazione di servizio, vedo un giornale locale recante una pubblicita’ dell’Iphone4. In un posto dove non hai un sistema fognario, non esiste una qualche forma sistematica di raccolta e smaltimento dei rifiuti, non hai sempre la disponibilita’ di acqua in casa (in capitale, nei villaggi siamo ancora fermi ai depositi di acqua piovana), le strade sono piene di buche e spesso riempite di bucce di frutta e sassi per ripararle, la fornitura di corrente elettrica e’ soggetta a continue interruzioni, non hai copertura telematica in tutto il paese e cosa pubblicizzi? L’Iphone 4?!?!? E’ in quel momento che vedo alcuni contrasti attorno a me che stridono come le unghie sulla lavagna

I-Phone4, blackberry, smartphone, il fuoristrada nuovo di zecca, abiti firmati italiani o di altri stilisti, la passata, la pizza, la pasta, la coca cola, la playstation. Tutto il pubblicizzabile superfluo e’ arrivato, ma si sono dimenticati i container con l’essenziale per avere una vita dignitosa: case, acqua, energia elettrica, strade, fogne ed infrastrutture. Decine di nazioni sono qui con ingenti aiuti economici solo che quelli che amministrano i fondi spesso non sono locali e quindi non sanno quali siano i veri bisogni della gente…

Finisce il mio viaggio e mentre sto andando alla mia stanza passa una vistosa auto di lusso pulitissima, luccicante, con i vetri oscurati. Chissa’ se dentro c’e’ un amministrativo in doppio petto firmato con il suo bel cellulare ultimo modello magari in conferenza con l’Europa per discutere di cosa c’e’ bisogno per aiutare le Comore. Gli direi di farsi un giro ad Itzunzu per vedere cosa serve; magari gli direi di darsi una rinfrescata, prendere una bibita fresca dal frigo e chiamare direttamente dal villaggio. Peccato che in quel posto non esista copertura telematica, la corrente elettrica arriva solo dalle 18 alle 22 e se vuoi lavarti prendi l’acqua dai depositi di acqua piovana…

giovedì 5 maggio 2011

Penne al tonno…in Africa!

Alla fine e’ successo; l’italiano medio che e’ in me alla fine e’ uscito e alla luce del tramonto sull’Oceano Indiano ho cucinato PASTA AL TONNO!

La notte aveva portato un’altra pioggia ruggente ma con una sostanziale differenza logistica. Questa volta non sono nel mio alloggio , una solida struttura in cemento armato, ma in una casa con il tetto in lamiera e devo dire che questa volta ho avuto un po’ di paura. Quando la pioggia ha raggiunto la sua massima vigoria ho illuminato la lamiera con la mia torcia e l’ho vista incurvarsi sotto il peso dell’acqua e gocciolare in alcuni punti. Tadji intanto dormiva della grossa mentre io gia’ mi vedevo nuotare a stile libero sul materasso; finche’ dopo una decina di minuti la situazione si e’ normalizzata e un piacevole ticchettio ha conciliato il sonno. Al mattino ho poi chiesto ad Artadji se il tetto della capanna poteva piegarsi del tutto e praticamente caderci addosso. Lui ha guardato il tetto e tranquillamente ha detto “No, non credo… ma alle volte puo’ succedere …”. Un brivido mi e’ corso lungo la schiena…

Dopo un’infelice mattinata di osservazione torniamo “con le pive nel sacco” verso il nostro alloggio e sulla strada ci fermiamo nell’unico negozio del villaggio ed e’ in quel momento che vedo una confezione di penne rigate e delle scatole che sembrano del tonno. Al che mi viene un’idea “perche’ non cucinarsi una bella pasta al tonno?”. Il problema e’ trovare pentole, stoviglie, praticamente tutto ma Artadji mi fa notare che possiamo chiedere a qualcuno che non avra’ problemi a prestarcele. Immediatamente acquisto la pasta e le scatolette e ci prepariamo per la sessione di avvistamento del pomeriggio. La pioggia comincia a darci qualche problema e siamo costretti a spostarci spesso sotto le palme e come se non bastasse di animali nemmeno l’ombra, tanto che sto cominciando a dubitare che questo posto si chiami la Baia dei Delfini. Ma non mi perdo d’animo, questa sera mi cucinero’ penne col tonno.

Arriviamo e durante la preghiera delle 18 comincio i preparativi; accendo un arcaico fornello a gasolio perche’ il fuoco principale (a legna) viene usato dalla moglie del custode. Metto l’acqua a bollire in una pentola tutta incrostata che penso sia fatta di latta da quanto e’ leggera, ma siamo in africa, non mi formalizzo di certo. Non ho padelle o simili quindi mi devo adattare a sminuzzare il tonno nel piatto e poi “saltarlo” nella pentola assieme alla pasta. Tadji di ritorno dalla preghiera prepara del Putu (una spezia piccante) per insaporire un po’ la pasta e dopo una bella scottata sul fuoco ecco pronta una “basgiola” (termine bresciano che indica una zuppiera gigante: Clelia docet) di penne rigate al tonno!

In quel momento mi siedo e contemplo la zuppiera mentre attendo che i miei commensali tornino dall’ultima preghiera. Appena li sento arrivare chiedo con orgoglio “Karibu” e loro rispondono in coro “Sterele” e quando si siedono mi sento un misto tra Alberto Sordi e Paolo Villaggio. Si perche’ mentre porto il pasta alla bocca il primo pensiero e’ “Maccherone tu mai provocato? E I me te magno”, mentre il secondo e di fantozziana memoria. Infatti anche se mi manca il vestaglione di flanella, birrone da litro, la finale di coppa del mondo dell’Italia e rutto libero oggi mi sento un po’ vicino a casa…

mercoledì 4 maggio 2011

Karibu...

Se dovessi scrivere un insieme di parole per sintetizzare le Comore una sarebbe sicuramente Karibu. Come parola non e’ traducibile in senso stretto. Si dice “Karibu” quando qualcuno sta mangiando a casa (ricordo con la porta sempre aperta) e appena si avvicina un amico si pronuncia questa parola che e’ un misto tra “entra in casa”, “accomodati” e “mangia qualcosa con noi”. Questa sera dopo aver mangiato ho visitato altre due case qui al villaggio le case dei ragazzi con cui ho parlato ieri sera e abbiamo mangiato altre due volte, non e’ stato possibile rifiutare; appena siamo arrivati era pronta una zuppiera di riso con pesce e almeno una cucchiaiata la devi sempre dare per cortesia. Questo e’ il grande cuore dell’Africa. Ti puo’ capitare di essere senza soldi ma se bussi ad una casa e chiedi se hanno qualcosa da mangiare sicuramente troverai del cibo, ma magari anche un letto dove passare la notte. Lo stesso Tadji mi ha confermato che lui alle volte quando va in giro per l’isola  alle volte dimentica i soldi, ma non se ne preoccupa, perche’ sa che se e’ in difficolta’ puo’ chiedere aiuto e nessuno gli negherà un piatto di cibo. Alla fine abbiamo convenuto che sarebbe giusto fare un bello scambio. L’Africa dovrebbe cominciare ad esportare calore umano che gli altri dovrebbero pagare caro almeno quanto il petrolio; cosi’ credo che il mondo un pochino si aggiusterebbe…

Giusto per restare in tema culinario vi parlo un po’ dei cibi che ho provato finora. Il Gudu-Gudu: e’ una sorta di torta fatta con della pasta di pane e del cocco macinato. Viene bagnato e cotto leggermente per dargli consistenza e per caramellare lo zucchero. La storia di questo alimento e’ alquanto bizzarra. Sembra che tempo fa' il piatto si chiamasse Tanka-Tanka (o qualcosa di simile) e quando venne offerto per la prima volta ad un inglese egli esclamo’ “It’s Good Good”(confermo, e’ veramente ottimo). Da allora i locali lo chiamano Gudu-Gudu.

Un altro modo di usare il cocco e’ quello di fare delle piccole pagnotte dolci che gustate assieme al the di Kana o Gnadombwe (piante locali) sono qualcosa di delizioso. Il momento migliore per gustarli secondo me era al mattino dopo l’uscita in barca; il cocco rinfrancava il corpo mentre il the lo dissetava.

La base della cucina comoriana e’ il riso che viene cotto (o meglio stracotto) assieme al cocco a cui poi si aggiunge o la carne o il pesce che forniscono il nome proprio del piatto. Con il pesce prende il nome del pesce che e’ stato preparato e qui chiedo venia ma ho mangiato almeno 5 pesci diversi e i nomi non li ricordo. Per la carne invece siamo sul semplice; non essendoci maiali (ricordo che qui siamo in terra islamica) le carni che ho provato sono capra e pollame. Tutta la carne deve essere preparata in modo particolare ovvero senza sangue. Una volta ho portato del pesce alla Mama che tutta contenta ha sacrificato un capretto (ammetto di essermi sentito un po’ uno schifo dato che non e’ che fossero ricchi, ma Tadji mi ha spiegato che l’ospite e’ sacro e quindi andava fatto); lo ha portato sul retro all’ombra, gli ha dato buona erba e poi prendendo il coltello ha pronunciato “Bismillah, Allah Akbar” (faccio questo in nome di Allah, Allah e’ grande) prima di sopprimerlo. Il piatto ottenuto si chiama “Busi” e viene servito assieme a del latte fermentato che ho preferito evitare; ho mangiato senza latte e devo dire che e’ molto buono.

Della cassava vi ho gia’ parlato; qui viene servita assieme a tutto quello che la natura offre; banane cocco, patate, friapa (altro frutto), ma il suo forte sapore dolciastro rende i piatti un tutt’uno indistinto. La friapa, spesso viene servita assieme a salse molto piccanti per la sua consistenza farinosa e viene cotta alla brace (non e’ il massimo) o fritta (f-a-v-o-l-o-s-a). Sulla pasta dolce condita con lo zucchero, il Tambi, abbiamo gia’ detto a sufficienza. Il pollo viene servito in salsa piccante (Putu) assieme alla friapa cotta alla brace in un piatto unico chiamato “Bawa” piccantissimo ma molto gustoso. Il latte fermentato sembra essere una vera delizia ma non l’ho assaggiato, per il mio intestino di Muzungu sarebbe stato troppo…

Considerazioni sulle quantita’ e sulla frequenza. Dato che qui i pasti non sono regolari ma puo’ capitare di mangiare una o tre volte al giorno si adotta la strategia di “quando c’e’ cibo si mangia fino a scoppiare”. Non solo, dato che si mangia con la porta aperta e non sai mai chi puo’ arrivare a cena si fanno quantita’ incredibili di cibo. Una sera mentre passeggiavamo siamo stati invitati a mangiare con la solita formula “Karibu” a cui dopo aver risposto “Sterele” ci siamo accomodati. Sulla tavola c’erano due zuppiere di riso colme e sei pesci alla brace, ed a mangiare eravamo solo in 4, ma Tadji mi ha fatto notare che puo’ passare altra gente. Poco dopo infatti ecco un coppia di amici del padrone di casa che si avvicinano. Dopo i saluti lui entra per mangiare con noi uomini mentre sua moglie si siede sulle stuoie sul prato assieme alle altre donne a parlare. I due mondi contigui e distinti che solo alle volte si toccano…

martedì 3 maggio 2011

Jurassic Park…

Si va’! La pioggia sembra finire e le strade sono pulite. Controlliamo un’altra volta l’equipaggiamento e questa volta anche la tenda per essere sicuri di avere i picchetti. Siamo a posto, c’e’ una sola cosa a cui non abbiamo ancora pensato; cioe’ a dove passeremo la notte dato che il nostro contatto al villaggio non risponde da tre giorni al telefono. Stiamo andando alla cieca quindi mi devo equipaggiare; per il cibo opto per una decisione di emergenza: comprare pan-carre’ e cioccolato spalmabile e per l’acqua oltre a due bottiglie le mie preziosissime pastiglie depuratrici, e mentre stiamo partendo ecco la mia Baraka venirci in soccorso…

Il custode del centro ricerche vive allo stesso villaggio dove dobbiamo recarci e ci dice che se lo desideriamo possiamo usare la sua casa. Non ci posso credere; in tutto questo ci deve essere le fregatura e infatti mi viene comunicata dal mio studente poco dopo: il villaggio di Itzunzu non possiede copertura di cellulare a usa delle forti piogge e questo significa che per 4 giorni (fino venerdi’) saro’ irraggiungibile. Certo se fossi in Europa non mi spaventerei, ma dato che vado in un microscopico villaggio africano resto un po’ perplesso sul da farsi. Avviso della mia momentanea dipartita telematica e tutti in carrozza per la partenza. Il viaggio e’ tranquillo e dopo nemmeno un’ora siamo arrivati e resto senza parole; il villaggio e’ costruito sopra un’antica colata lavica con pochissime case mentre tutto attorno si sviluppa una giungla fittissima. Sto gia’ pensando al volume di calore che possono sviluppare delle belle rocce vulcaniche durante la notte dopo che sono rimaste esposte al sole dei tropici per tutta una giornata, ma non voglio sapere; alle volte l’ignoranza e’ una cosa buona…

Gironzoliamo per il villaggio finche’ troviamo la casa del custode; questo e’ un vero e proprio salto di qualita’; non piu’ una tenda sul cemento, ma una casa con un bel materasso. Dopo aver preso posto ci incamminiamo verso l’unico posto dove alle volte c’e’ campo; e dopo una buona camminata di quasi un chilometro ecco che riesco ad avere qualche flebile tacca necessaria a spedire un messaggio per tranquillizzare i miei cari del mio arrivo. Giusto in tempo perche’ ovviamente un Niagara d’acqua si sta per abbattere sulle nostre teste. Dopo l’ultima preghiera la moglie del capitano prepara riso con pesce mentre Artadji prepara il Tambi e scopro il segreto di tanta dolcezza : al posto del sale mettono lo zucchero! Lo che state dicendo “che schifo”, ma quando sei in Africa e hai fame non ti formalizzi per queste sottigliezze, mangi e basta…

Dopo cena ho una piacevole conversazione con altri due ragazzi del posto sulla religione islamica e quando mi chiedono qual’e la mia religione alla mia risposta ”nessuna” ottengo la stessa esclamazione del nonno di “Ogni cosa e’ illuminata” (altro bel libro che vi consiglio): “IMPOSSIBILE”. Per loro l’idea che io conosca la loro religione, i loro testi sacri fa si che io sia o un musulmano o un religioso, non e’ ammesso che io sia un senza dio. Cerco di fargli capire con una metafora che per me le religioni sono tante fette di sapori diversi che compongono una torta; bisognerebbe assaggiarle tutte per sapere qual’e’ il gusto che preferisci. La risposta sembra convincerli ma uno dei due mi fa giustamente notare che non mi bastera’ mai una vita intera per conoscerle tutte. A malincuore ho dovuto ammettere che non abbiamo tutto questo tempo, ma che secondo me quello che e’ importante per chi “cerca” non e’ importante la risposta, la domanda e’ fondamentale.

Quello che mi lascia quasi interdetto e’ la devozione di Artadji. Mi chiedo come sia possibile che un accademico non si ponga delle domande o avere dei dubbi; forse e’ proprio vero che la fede e’ un dono, e non credo che riuscirei ad accettarlo e basta come ha detto Ipazia. Era una magnifica filosofa e matematica ellenica; venne letteralmente trucidata da fanatici cristiani per le sue idee scientifiche e per il suo indomabile carattere. Magnifica donna, in un suo dialogo con il vescovo di Cirene cosi’ sintetizza quella che io considero l’essenza della scienza “… voi accettate tutte quello che vi viene detto per atto di fede, senza porvi domande; ma io devo …”

lunedì 2 maggio 2011

Scende la pioggia…

La notizia del giorno e’ arrivata anche qui, la cattura e seguente uccisione di Bin Laden. Una notizia come questa di solito arriva in modo eclatante e spesso nei film in un giorno di pioggia incessante elemento che ricorre sempre quando si presenta una scena drammatica con un forte pathos…

Stanotte verso le due sono stato svegliato da un boato; chi mi conosce sa che questo avviene molto raramente data la profondita’ del mio sonno. Fatto sta che il tuono che e’ letteralmente esploso mi ha destato e non mi sono addormentato subito, ma mi sono messo in ascolto in attesa dello scroscio della pioggia. Sono questi spesso momenti piacevoli in cui nel bel mezzo della notte con davanti a te almeno altre 6 ore di sonno la pioggia scende e tu sei all’asciutto. Il temporale e’ cominciato subito forte ma poi d’improvviso e’ cominciato il vento che ha fatto tremare le serrande ( qui non ci sono i vetri)., ma quello che mi ha fatto rannicchiare nel letto e’ stata la pioggia. Non ha prodotto uno scroscio forte, ma un vero e proprio ruggito. L’acqua e’ caduta cosi’ impetuosa quasi che ci fosse qualcuno in alto che tirava ogni singola goccia con la fionda per dargli ancora piu’ potenza. Giuro che una tale violenza non l’avevo mai sentita e mi ha affascinato il modo in cui alcuni rumori della natura ci mettano in allerta attivando ataviche paure. Quella che e’ caduta non era pioggia, era un mare che cadeva sopra di me e finche’ non e’ cessato non sono riuscito a chiudere occhio, ma sono sempre rimasto vigile.

Questo e’ stato l’inizio della giornata e se il buongiorno si vede dal mattino, non era destinata certo a migliorare. La pioggia non ha accennato a smettere praticamente mai ed io in mattinata dovevo fare assolutamente delle commissioni. La prima e’ stata recarsi all’università. Riesco a scroccare un passaggio ma quando arrivo trovo l’addetta ammalata. Vabbe’ mi dico, andiamo alla banca, perche’ devo fare un prelievo, ma la trovo chiusa, decido allora di dare un taglio a tutto questo e sebbene bagnato fino alle ossa mi infilo da Nassib, il miglior pasticciere della citta’ e mi prendo un bel caffe’ con una brioche al cioccolato. Mentre guardo le notizie alla tv ripenso a quello che mi ha detto oggi la mia meta’ del cielo. Hanno ucciso Osama Bin Laden; la tv ne mostra vecchi filmati, l’onnipresente video della caduta delle torri, la gioia di manifestanti in paesi dell’estremo oriente concludendo con la festa degli americani. In queste ultime due immagini c’e’ una tristissima verita’ che colgo da qui con estrema nitidezza; l’uomo e’ l’unica specie animale che conosco che gioisce della morte dei suoi simili, anzi spesso ne programma a tavolino la distruzione; come se avesse insito il gene impazzito dell’autodistruzione. E la definiscono una specie senziente…

Al pomeriggio in teoria dovremmo partire per il villaggio di Itzunzu per un’altra settimana di osservazioni, ma restiamo titubanti fino all’ultimo, dato che la pioggia ci da un attimo di tregua, ma non siamo riusciti a contattare l’associazione che e’ presente in loco e quindi optiamo solo per una visita per accordarci su dove piantare la tenda. Mentre stiamo per partire Artadji mi fa notare una cosa abbastanza importante: se di solito le strade non sono in buone condizioni con il sole figuriamoci con la pioggia. Gia’ mi ricordo il fiume che ha guadato Wesley (il mio indimenticabile guidatore pazzo) e quindi decidiamo di temporeggiare (bevendo spuma) e lasciare che la notti porti almeno la fine della pioggia… Inshallah…

domenica 1 maggio 2011

Festa del Lavoro...

Questa mattina quando sono uscito avevo in mente di comprare qualcosa da mangiucchiare ma soprattutto volevo fare la colazione nella migliore pasticceria della citta’; Nassib. Pregustavo gia’ delicate brioches ripiene di cioccolato quando ecco che mi trovo il portone sbarrato. Poco male mi dico, vado al prossimo bar ed e’ chiuso anche questo. Non capisco minimamente cosa stia succedendo finche’ vedo la maglietta di un partecipante ad una manifestazione podistica (fanno le maratone anche qui all’equatore; solo guardandoli mi viene un mezzo collasso) che recita “Corsa del 1 maggio”. Cacchio vuoi vedere che anche in questa sperduta isola ci sono dei comunisti che festeggiano la festa dei lavoratori? Dopo un primo momento di contentezza arriva lo sconforto. Si perche’ questo significa che non c’e’ niente nelle vicinanze e l’unico luogo dove posso trovare qualcosa di aperto per mangiare e’ il quartiere Ambassador dove ci sono tutti gli alberghi. Vabbe’ poco male penso; mi infilo le cuffiette nelle orecchie e comincio a camminare quando mi accorgo che tutto il mondo e’ paese , anche qui a migliaia di miglia da casa…

All’inizio non credo di sentire bene, ma poi mi pare di sentire le urla ritmate come di un corteo e appena svolto l’angolo vedo di fronte a me la piazza gremita di studenti e professori. Si perche’ anche qui stanno protestando per la recente riforma del sistema scolastico; sembra che gli studenti abbiano un aumento degli obblighi linguistici, senza possibilita’ di poter decidere quali lingue poter studiare mentre i professori stanno protestando perche’ sembra che tutto il comparto statale non riceve uno stipendio da oltre 5 mesi; mi sembrava infatti che i prof fossero leggermente piu’ incavolati degli alunni.

Arrivo finalmente ad un bar aperto dove mi sbafo una sontuosa colazione e mi lascio andare anche ad una fetta di torta. Mi siedo sul solito marciapiede e comincio a prendere del materiale per la ricerca quando una piccola brezza gelida comincia a spirare da nord. E’ aria fredda che spinge nella mie direzione alcune nere nuvole. Comincio a sentire che il tempo sta cambiando, ma devo finire un download molto importante e cosi’ decido di attendere. La pioggia comincia e io da seduto mi alzo in piedi e trovo riparo sotto una tettoia; le persone che passano rallentano l’auto per vedere uno stupido muzungu con in mano un pc sotto una tettoia che aspetta chissa’ cosa. Finalmente finisco di scaricare anche l’ultimo articolo, metto via il pc e cerco di elaborare un piano per tornare a casa, ma alla fine opto per la via piu’ semplice: chiamare un taxi. Il tragitto e’ lento ma mi da modo di fare due chiacchiere col conducente che scopro essere un appassionato di Karaoke e appena gli dico che sono italiano comincia a sostituirsi all’autoradio scassata con un repertorio tra Modugno e le canzoni napoletane. Ringrazio gli dei (potete decidere voi quali) quando siamo davanti al mio portone, pago e in quel momento sono pronto alla corsa…

Osservo il tragitto che devo fare, al massimo 30 metri, ma in campo aperto senza ripari, un lungo viale che non offre tettoie. Sta leggermente diminuendo, quindi non dovrei bagnarmi piu’ di tanto penso. Prendo il resto dal conducente, mi stringo per bene lo zaino e mi catapulto all’esterno. Nello stesso istante in cui apro la portiera un tuono rimbomba in cielo, sembra quasi il segnale che la trappola e’ scattata, ma io non devo rallentare, non posso fermarmi ora. Scavalco la rima pozzanghera con un balzo; ho solo 20 metri da percorrere e cerco di farlo con le falcate piu’ ampie possibili ma e’ tutto inutile, non ho scampo. Non appena ho cominciato a correre la pioggia cade “a secci roversi” ( per i non venexiofoni a secchiate) e quando arrivo sotto la tettoia sono tutto bagnato, in maniera totale e definitiva. Osservo il cielo con sguardo di odio mentre ecco arrivare un altro tuono. Questo ha un suono diverso, piu’ cupo, sa quasi di sardonica risata nei miei confronti. Sara’ la mia Baraka…